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Storia e mito dell’ombrello in un libro di Marion Rankine

01 Ottobre 2026
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Esistono oggetti che accompagnano la nostra quotidianità con la discrezione propria delle cose utili e necessarie, che tuttavia sanno caricarsi di una valenza fortemente simbolica che può sfuggire al nostro sguardo, spesso superficiale e distratto. Tra questi, l’ombrello rappresenta di certo uno degli esempi più ricchi di fascino e di storia: strumento di difesa contro le imprevedibilità meteorologiche e baluardo di riservatezza, congegno al contempo utilitaristico e profondamente teatrale, addirittura poetico. A restituire a questo manufatto la sua complessa dignità storica e culturale è la saggista e giornalista britannica Marion Rankine nel suo Non ti scordar di me. Storia vera e immaginaria dell’ombrello, presentato dalle edizioni Il Saggiatore.

Marion Rankine, autrice anglosassone colta e affilata, collabora regolarmente con testate del calibro del Guardian, del Times Literary Supplement e della London Review of Books. La sua scrittura si disciplina in una prosa elegante e ricca di riferimenti (che non faticheremmo anche a definire accademici ed eruditi), che tuttavia non rinuncia alla semplicità garantendo una facilità di approccio anche per il lettore non specialista. Così è anche per l’impostazione di questo libro, che si configura come un itinerario che attraversa la storia, la letteratura e il costume. L’ombrello non è semplicemente il protagonista dell’opera, ma la lente attraverso cui analizzare l’evoluzione della cultura e del gusto. Dai fasti delle antiche civiltà orientali e mediorientali, dove la cupola-parasole era un orpello esclusivo del sovrano (del quale, anzi, valorizzava la discendenza divina), fino alla sua democratizzazione nell’Inghilterra del XVIII secolo, l’autrice ricostruisce la lenta metamorfosi di un oggetto inizialmente percepito come un che di effeminato ed eccentrico e divenuto infine vero e proprio simbolo dell’eleganza borghese.

Nel volume è continuamente sottolineata la presenza dell’ombrello nelle arti narrative. Rankine spazia con grande agio da Daniel Defoe – con il celebre ombrello di pelle di capra costruito da Robinson Crusoe – fino alla narrativa dell’Ottocento e del Novecento, in cui l’oggetto si carica di valenze psicologiche e addirittura esistenziali. Nei contesti romanzeschi di Charles Dickens e di E.M. Forste, di Gustave Flaubert o di Virginia Woolf, impugnare un ombrello significa definire uno status o un’appartenenza sociale o ancora manifestare un atteggiamento di difesa nei confronti del mondo esteriore. È l’accessorio che più distingue l’uomo d’affari vittoriano e la donna raffinata, ma è anche l’oggetto che consente di avviare la narrazione, come nel caso di Fine di una storia di Graham Greene, o di presentare con efficacia un personaggio, come Padre Brown nel primo racconto di Chesterton, La croce azzurra. L’ombrello è anche la bacchetta camuffata di Hagrid nei romanzi di Harry Potter, l’arma micidiale di Penguin, l’avversario di Batman, il fantasma dei racconti tradizionali giapponesi (kasa-obake) e ancora lo strumento di volo per Mary Poppins, immancabile e fidato compagno di questo personaggio letterario.

L’ombrello è però anche un oggetto estremamente fragile: è un meccanismo instabile, destinato quasi per natura a corrompersi, a lasciarsi capovolgere dalle raffiche di vento, a ridursi a un ammasso di stecche e tela inutilizzabili. La sua caducità strutturale diviene allora allegoria della condizione umana e rappresenta il nostro tentativo continuo di ripararci dalle avversità, di opporre una fragile cupola di tessuto (cotone, seta, plastica, bambù, foglie, e chi più ne ha più ne metta) alle avversità del destino. Ancora, l’ombrello è l’oggetto dimenticato per antonomasia (efficace, dunque, il titolo italiano), per strada, in un treno, davanti alle biblioteche o ai supermercati: utilissimo durante la pioggia, assolutamente fastidioso non appena essa si sia conclusa.

Ricco di aneddoti e di riferimenti alle pagine della letteratura, il racconto di Marion Rankine non ripercorre soltanto la storia dell’ombrello, ma soprattutto offre una meditazione profonda sul valore degli oggetti che ci circondano, perché tutti hanno una storia, un vissuto e, come suggeriva la giovane protagonista della Piccola principessa di Frances Eliza Burnet, forse anche un’anima.

di Paolo Senna
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