Una città inesistente e un punto capace di contenere il mondo. È fra queste due immagini che prende forma la “Kreuzville Aleph”, collana con cui L’Orma Editore raccoglie «opere e autori cruciali della cultura moderna». Nel nome, due geografie si sovrappongono: il Kreuzberg di Berlino e il Belleville di Parigi – «quartieri simbolo della stratificazione umana e del fermento culturale della nostra epoca», come recita il manifesto editoriale – si fondono in Kreuzville, e nella topografia immaginaria che ne scaturisce sembra riaffiorare, come per riflesso, quell’intreccio di genti e culture che attraversa le loro strade. Ma è nel richiamo all’Aleph borgesiano che il nome della collana dischiude il suo significato più profondo: in quella «piccola sfera cangiante» dove ogni distanza si contrae e l’universo intero può essere abbracciato in un solo sguardo[1]; nel luogo prodigioso dove stanno, «senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli»[2].
Forse una collana non chiede altro: creare, nello spazio breve di un catalogo, simili prossimità; raccogliere voci remote e lasciare che, sottratte alla quiete del passato, tornino a riverberare nel presente. Dallo scorso anno, in questo piccolo Aleph di carta, dimora anche Colette. Qualcosa vi è, nella veste dei volumi, della grazia retrò degli interni fin de siècle: avorio profilato di borgogna, esili arabeschi di memoria liberty e, nel mezzo, le donne di George Barbier, affilate e sinuose, sorprese nell’eleganza appena artificiosa dei figurini di moda; una raffinatezza sensuale di pose e linee che lascia trasparire, ancor prima che il libro sia aperto, qualcosa della scrittura che custodisce.

Sulla copertina di Dialoghi di animali, però, quelle sinuose figure femminili si sono ritratte: al loro posto, un pappagallo variopinto posa quietamente sul trespolo. Né, varcata la soglia del libro, qualcosa sembra mutare: la scena resta agli animali, a Toby-Cane e Kiki-Zuccherino, mentre la vita dei padroni vi affiora soltanto per scorci, intravista attraverso i loro occhi. Del cane e della gatta Colette sembra infatti cogliere, con sensibilità quasi etologica, fin le più minute inflessioni: gli umori e le abitudini, le diffidenze e le improvvise complicità, tutta quella grammatica mutevole di inclinazioni e insofferenze di cui, giorno dopo giorno, si compone la loro vita comune. Ma è nella nostra lingua che Toby e Kiki si raccontano.
Che gli animali parlino è, naturalmente, finzione antica: da Esopo in poi, dietro musi, becchi e pellicce, la letteratura non ha mai smesso di lasciar trasparire il volto dell’umano. In Colette, però, della finzione antropomorfica resta ben poco: se parlano la lingua degli uomini, non per questo Toby e Kiki ne diventano controfigure, né la loro voce dissimula, sotto sembianze animali, una verità che li trascenda o una morale a noi destinata. Rimangono, ostinatamente, un cane e una gatta; tanto più intimamente sé stessi quanto più umano è il loro linguaggio.
A cambiare proporzione, semmai, è tutto ciò che li circonda. Nei dodici siparietti teatrali di cui si compone l’opera, anche quanto ci è più familiare perde qualcosa della propria evidenza: quel tanto che occorre – scrive Lorenzo Flabbi nella postfazione – «a pensare la casa, il desiderio, l’autorità, la cura, la libertà come se li vedessimo per la prima volta»[3]. La quiete di un giardino estivo o un viaggio in prima classe, la malattia della padrona, lo scoppiettare del fuoco nel camino, l’irruzione di una visita o il ricordo mondano di un music-hall: basta che lo sguardo animale vi si posi perché il consueto prenda, per un istante, una fisionomia sconosciuta. Immergersi nelle pagine dei Dialoghi, ingiustamente relegati tra le opere minori di Colette, significa allora lasciarsi sorprendere da uno humor la cui leggerezza, a poco a poco, si scopre meno innocente di quanto sembri. Si sorride dei battibecchi di Toby e Kiki, della serietà con cui prendono la parola e scrutano il mondo misterioso dei padroni «Due-Zampe»[4]; e quasi non ci si accorge che, intanto, qualcosa del nostro modo di considerarli – e, con loro, di considerare noi stessi – ha già cominciato a mutare. Il salotto borghese, nell’intimità consueta della vita che vi trascorre, si mostra così come quello «spazio interspecifico» in cui uomini e animali, alle prese con le tacite regole della convivenza, diventano nella crescente familiarità sempre più sensibili alle reciproche differenze[5].
È proprio qui, in fondo, che il libro rivela la sua intuizione più precoce: l’aver riconosciuto all’animale, molto prima che il suo tempo fosse disposto a farlo, una coscienza che gli appartiene. E, con essa, un’esistenza significante.
di Maria Quaglione
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- J.L. Borges, L’Aleph, Milano, Adelphi Edizioni, 2024, p. 134.
- Ivi, p. 131.
- L. Flabbi, Un laboratorio di convivenza, in S-G. Colette, Dialoghi di animali, Roma, L’orma editore, 2025, p. 135.
- S.-G. Colette, Dialoghi di animali, cit., p. 23.
- L. Flabbi, Un laboratorio di convivenza, cit., p. 140.

