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La condanna beffarda di una domenica d’estate

15 Settembre 2026

È un’ambiguità sottile l’emozione principale di cui fa esperienza il lettore di Georges Simenon e bene lo sa chi conosce i suoi capolavori, dai cosiddetti romanzi “duri” al vasto e complesso ciclo dell’ispettore Maigret. La narrazione sembra avviarsi con toni pacati e scenari modesti e procedere con passo lento, a volte anche con ricercata indolenza. Ma pian piano, l’autore scava nel suo dettato e nelle esperienze dei suoi personaggi e riga dopo riga si insinua l’ombra del sottaciuto, la consapevolezza della complessità dei rapporti interpersonali, la potenza evocatrice degli oggetti immobili e quieti, la varietà delle attitudini e dei comportamenti umani. Simenon è esigente con il proprio lettore: a lui richiede una complicità non scontata, come di chi sa che la narrazione, prima o poi, sarà pronta a prendere la sua direzione, dando ordine alle premesse – e alle promesse – delle prime pagine.

Non è diverso il caso di Domenica, pubblicato nel 1959 e recentemente presentato da Adelphi in una bella traduzione italiana. Qui ci troviamo lontano dalla brume e dalle chiuse del nord, dalle vite ordinarie di chi attraversa i canali navigabili, dagli stenti dei poveracci di Parigi o dalle fornite case dei borghesi delle campagne: siamo nel sud, nella Costa Azzurra la cui luce non costituisce però la garanzia di una condizione di pacificata solarità, anzi riflette l’immobilità e l’inettitudine di vite destinate allo scacco del destino.

La vicenda si svolge nell’arco di una giornata di domenica, in primavera inoltrata, ma offre aperture continue sul passato con reiterati flashback narrativi. Émile, che sta ai fornelli, gestisce insieme alla moglie Berthe la Bastide, una locanda tipica che propone ai molti avventori pietanze tradizionali, con qualche innovazione personale del cuoco. Il locale ha un buon successo, ma Émile, arrivato povero dalla Vandea quando era ancora un ragazzo, si ritrova in una condizione subordinata alla moglie, in una routine coniugale soffocante priva di slanci e abbandoni. L’arrivo della cameriera Ada smuove questo equilibro precario e la relazione che Émile avvia con la giovane è tanto silenziosa e clandestina quanto disperata. Quando Berthe scoprirà tutto, metterà in scena un ricatto morale finalizzato alla progressiva cancellazione del marito. Émile cercherà allora una via per uscire da questa condizione ma le sue scelte mostreranno a lui, come al lettore, la propria totale impotenza di fronte alle forze che governano la vita.

Domenica giunge alla sua conclusione beffarda mostrando la forza della scrittura di Simenon: è una prosa che rifugge da qualsiasi forma di compiacimento decorativo e procede per strutture brevi, spesso enunciati nucleari, che sono finalizzati all’accumulo della tensione drammatica grazie alla somma di dettagli minimi. Si tratta di passaggi sfumati ed elementi ricorrenti, come il continuo ritornare su un medesimo concetto, ogni volta caricato di maggiore intensità: una scrittura dalla potenza sulfurea che svuota la domenica dal suo tradizionale valore di giorno di festa e lo rende metafora della più totale solitudine dell’uomo.

di Paolo Senna
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