
La Casa Editrice Adelphi ha recentemente riproposto all’attenzione dei lettori il primo e ormai introvabile libro di Fleur Jaeggy: Il dito in bocca, uscito in prima edizione per lo stesso editore nel 1968.
Si tratta di un romanzo – o piuttosto di un non-romanzo – la cui protagonista Lung non ha mai abbandonato l’abitudine infantile di mettersi il dito in bocca. Il fatto desta la preoccupazione della contenuta ma assai variegata platea di chi le sta intorno: i medici che l’hanno in cura, anzitutto, e poi lo zio Jochim, la madre Marween e il misterioso Nathan. Personaggi veri o immaginari? Il lettore se lo domanda ripetutamente, convocato a riflettere su una narrazione che si tiene a mezza costa tra la descrizione minuziosa di realtà puntuali e il filo di pensieri (un vero e proprio flusso di coscienza) non sempre razionali o razionalmente contestualizzabili. Così ci si chiede se la galleria di figure e di incontri esposta da Lund accada davvero o se il tutto avvenga in una forma di fantasia che a tratti sfiora il percorso onirico, rappresentato e come posto in emblema dal comparire di una scimmia albina, la cui presenza sembra sintetizzare in figura il concreto e l’astratto, il reale e l’irreale che innervano questo piccolo volume.
Su tutto aleggia uno stato di sospensione e di maliziosa attesa, sempre però sul punto di rompersi, accompagnato da una estrema precisione del dettato e della tensione narrativa. Un giudizio illuminante, ancora validissimo, venne espresso da Ingeborg Bachmann all’indomani dell’uscita della prima stampa del volume: «è un libro stravagante e insolito, fra l’altro per la superba trascuranza delle correnti letterarie. L’autrice ha l’invidiabile primo sguardo per le persone e le cose, c’è in lei un insieme di distratta leggerezza e di saggezza autoritaria: da queste capacità contraddittorie nascono dialoghi di una diabolica intelligenza e descrizioni di una semplicità disarmante».

Rimanendo sulle novità del medesimo editore, Adelphi ha recentemente inaugurato la nuova collana “Microgrammi” con il delizioso e intenso volumetto Gli ultimi giorni di Ingeborg della stessa Fleur Jaeggy. Sono qui raccolti quattro raccontini, quattro lacerti autobiografici che trasmettono altrettante istantanee dell’amicizia tra le due autrici. Con tocco magistrale la scrittrice svizzera imprime dal vivo un ritratto della Bachmann, scomparsa nel 1973, della quale restituisce i silenzi e le abitudini, ma anche le letture e le riflessioni condivise. Il testo che chiude il volume è il racconto eponimo, un ricordo amaro degli ultimi giorni di vita della poetessa e scrittrice austriaca, morta per un incendio domestico provocato accidentalmente dalle braci della propria sigaretta: giorni che si avvicendano con un senso di dolore accorato, sordo e ineluttabile.

