Quel genere di romanzo-problema, risolvere l’identità del criminale e il metodo usato per assassinare, era molto di moda. Soprattutto quando accadeva in un luogo chiuso che rendeva il delitto apparentemente impossibile.
(Arturo Pérez-Reverte, Il problema finale)
Pubblicato in traduzione italiana dall’editore milanese Settecolori nel 2025, Il problema finale (El problema final), romanzo dello scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte, è un omaggio dichiarato alla letteratura gialla classica. Già il titolo, infatti, richiama un racconto di Arthur Conan Doyle, con protagonista Sherlock Holmes, pubblicato nel 1893 sullo «Strand Magazine»:[1] L’ultima avventura (The final problem, in versione originale).

Nell’estate del 1960, il famoso attore cinematografico Hopalong Basil, acclamato interprete di Sherlock Holmes, ormai ritiratosi dalle scene, incontra per caso un vecchio conoscente produttore, che lo invita a trascorrere un periodo di vacanza sul suo yacht alla volta delle isole greche, anche con l’intento di convincerlo a riprendere a recitare nei suoi film. Un improvviso maltempo, però, li costringe a far rotta sull’isola di Utakos per trovare riparo in un hotel, perché l’imbarcazione è impossibilitata a proseguire la navigazione.
Sull’isola trovano ospitalità nell’elegante albergo della misteriosa e raffinata signora Auslander, che lo gestisce in maniera impeccabile avvalendosi della collaborazione di tre persone di servizio. Durante la prima cena Hopalong Basil (nel cui personaggio gli appassionati del cinema classico non stenteranno a riconoscere Basil Rathbone, uno dei più celebri interpreti di Sherlock Holmes sul grande schermo)[2] fa la conoscenza degli altri ospiti dell’hotel: due amiche inglesi, una coppia di coniugi tedeschi, uno scrittore spagnolo di romanzetti polizieschi di ampia tiratura, un medico greco.
Insieme al protagonista, all’amico produttore e alla giovane starlette che lo accompagna, nonché al personale dell’albergo, queste persone formano un piccolo gruppo eterogeneo di estranei che, riuniti dalle circostanze e dal caso, sono costretti a condividere gli stessi spazi ristretti, come vuole la migliore tradizione della narrativa poliziesca.
L’isola è magnifica, la compagnia interessante, l’hotel accogliente. Ci sono tutti i presupposti per trascorrere una piacevole vacanza breve. Ma quando Edith Mander, una delle due turiste britanniche, viene ritrovata morta in un capanno sulla spiaggia, e l’ipotesi del suicidio viene esclusa nonostante la porta si trovi sbarrata dall’interno, secondo il classico cliché del cosiddetto “delitto della camera chiusa”, l’idillio si trasforma in tragedia. Nell’impossibilità di poter allertare le forze dell’ordine, poiché il luogo è ancora isolato a causa della tempesta e i mezzi di comunicazione sono fuori uso, all’attore viene chiesto di indagare in virtù dei suoi trascorsi di investigatore per il grande schermo, in una situazione a dir poco surreale ma che le leggi imperscrutabili della narrativa gialla hanno il potere di rendere verosimile. Dopo un’iniziale ritrosia, determinata dall’obiezione che aver impersonato Sherlock Holmes non lo renda automaticamente un detective, Basil accetta, ritrovandosi come braccio destro e novello Watson il romanziere Francisco Foxá.
Ma la donna non sarà l’unica vittima e i pochi ospiti dell’albergo verranno decimati a causa di altri omicidi. Come in una partita a Cluedo, i corpi delle vittime vengono scoperti in vari luoghi dell’hotel e dell’isola; ciascuna è stata uccisa con un oggetto diverso. L’arma intrisa di sangue usata nel secondo omicidio verrà ritrovata proprio sotto la porta della stanza di Basil (e qui la mente del lettore corre al celeberrimo Assassinio sull’Orient Express, di Agatha Christie: il kimono indossato dalla misteriosa donna che Poirot aveva visto percorrere il corridoio del treno la notte dell’omicidio, senza riuscire a identificarla perché gli voltava le spalle, sarà poi ritrovato nella valigia dello stesso investigatore belga).
Anche il fatto che le vicende siano narrate in prima persona, come ne L’assassinio di Roger Ackroyd, un altro interessante romanzo di Agata Christie di cui non sveliamo la peculiarità, per non rovinare la sorpresa a chi ancora non l’abbia letto, ci dimostra come Pérez-Reverte strizzi l’occhio alla grande narrativa gialla che lo ha preceduto. Pagina dopo pagina, e delitto dopo delitto, vediamo l’angoscia serpeggiare nei protagonisti, che ormai sospettano l’uno dell’altro, come in Dieci piccoli indiani, altro capolavoro di Agatha Christie. L’autore riesce abilmente a far sì che il lettore arrivi a dubitare persino dello stesso protagonista e del suo braccio destro, che si rinfacciano a vicenda i moventi e le opportunità dei delitti. La polizia, giunta sull’isola al termine della burrasca, quando vengono ristabiliti i collegamenti, non riuscirà a risolvere il caso e sarà costretta a lasciar partire gli ospiti superstiti. Solo alcuni mesi più tardi, quando i protagonisti saranno ritornati ciascuno alla propria vita sulla terraferma, l’autore ci condurrà verso l’inaspettato finale, degno dei gialli dei migliori scrittori di questo genere.
Pérez-Reverte, nato nel 1951, ha una lunga carriera alle spalle. Esordì come giornalista, e fu a lungo inviato di guerra. Nel 1986 uscì L’ussaro, il suo primo romanzo storico che si svolge agli inizi del XIX secolo durante la Guerra d’indipendenza spagnola contro Napoleone, seguito due anni dopo da Il maestro di scherma, ambientato questa volta nella Spagna di fine Ottocento. Abbandonato il giornalismo per dedicarsi esclusivamente alla carriera di scrittore, a partire dal 1996 prese vita la saga del capitano Diego Alatriste, dedicata al siglo de oro. Nel 1997 arrivò il successo planetario con la pubblicazione de Il club Dumas, dal quale Roman Polański trasse nel 1999 il celeberrimo film La nona porta, con Johnny Depp. Da Il problema finale è stata tratta una miniserie di quattro puntate, disponibile sulla piattaforma di streaming Netflix.
di Silvia Valeria Polenta
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- «The Strand Magazine: an illustrated monthly» fu una rivista britannica pubblicata dal 1891 al 1950. Molto diffusa, ogni uscita comprendeva racconti e articoli di carattere generale. Tra gli autori più noti che vi pubblicarono i propri scritti figurano, oltre ad Arthur Conan Doyle, Agatha Christie, P.G. Wodehouse e Georges Simenon. Nel romanzo di Pérez-Reverte la rivista è uno degli indizi disseminati qua e là dall’assassino.
- Basil Rathbone (1892-1967) dopo aver interpretato per il cinema un altro famoso detective, Philo Vance, creato dalla penna dello scrittore statunitense S. S. Van Dine, è celebre soprattutto per aver recitato nel ruolo di Sherlock Holmes in ben quattordici pellicole, prodotte dal 1939 al 1946.

