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«Un fiume di ombre. Eadweard Muybridge, un fotografo nel selvaggio, tecnologico West»

10 Marzo 2026
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Solo la fotografia ha saputo dividere la vita umana in una serie di attimi, ognuno dei quali ha il valore di una intera esistenza.

(Eadweard Muybridge)

Una delle più famose immagini prodotte nei primi decenni di vita della neonata fotografia è indubbiamente quella di un cavallo al galoppo, la cui azione è ripresa in una sequenza che riesce a trasmetterci il dinamismo della corsa. Questa fotografia, del 1872, è opera di Eadweard Muybridge, un personaggio poliedrico e inafferrabile, già a partire dal suo nome, che mutò più volte da Muggeridge a Muygridge, e infine in Muybridge.

La sua avventurosa e incredibile esistenza è narrata in un corposo volume intitolato Un fiume di ombre. Eadweard Muybridge, un fotografo nel selvaggio, tecnologico West, scritto nell’ormai lontano 2004 dalla giornalista e scrittrice statunitense Rebecca Solnit, in occasione del centenario della morte del fotografo, e oggi disponibile in traduzione italiana ad opera della casa editrice Johan & Levi.

Eadweard Muggeridge era nato in Inghilterra nel 1830, lo stesso anno in cui era stata inaugurata sul suolo britannico la prima ferrovia passeggeri. Era dunque scritto nel suo destino che avrebbe vissuto un’esistenza al passo con le incredibili innovazioni tecniche di quegli anni. La fotografia – la cui nascita venne annunciata ufficialmente nel gennaio del 1839 da Louis Daguerre, l’inventore della dagherrotipia, ossia il metodo di sviluppo delle immagini che da lui prende il nome – si sarebbe affermata nella sua veste definitiva solo a partire dagli anni Cinquanta del Diciannovesimo secolo, grazie a William Fox Talbot.

Giunto negli Stati Uniti nel 1850 in cerca di fortuna, Muggeridge, già diventato Muygridge, si era insediato a San Francisco, dove aveva intrapreso l’attività di libraio. All’epoca la città californiana, come tutto l’Ovest degli Stati Uniti, era un immenso territorio ancora in gran parte selvaggio e inesplorato che attirava gente, spesso di dubbia fama, alla ricerca di facili guadagni ottenibili partecipando alla Corsa all’oro, o che voleva sottrarsi alla legge. Erano anche gli anni in cui il Governo degli Stati Uniti stava progettando e realizzando le grandi ferrovie che avrebbero unito le due coste del Paese, Orientale ed Occidentale, grazie alle quali il paesaggio e la percezione delle distanze sarebbero mutati per sempre. Persino il computo del tempo sarebbe cambiato, perché il trasporto ferroviario avrebbe imposto l’adozione di un orario unificato.

Nel 1860, in seguito ad un grave incidente occorsogli durante un viaggio in carrozza mentre cercava di raggiungere la East Coast per imbarcarsi e tornare in Europa, e ad una seria ferita al capo, il carattere di Muygridge risultò fortemente mutato. L’uomo divenne irascibile ed eccentrico nei comportamenti. Ma proprio da questa apparente disgrazia sarebbe scaturita la sua fortuna. Trascorse alcuni anni di convalescenza nel Paese natale, dove gli venne consigliato di soggiornare il più possibile in mezzo alla natura. Si dedicò, così, all’apprendimento della fotografia di paesaggio.

Nel 1867 ritornò a San Francisco, col nome mutato definitivamente in Muybridge, e con una nuova attività, quella di fotografo, per la quale è oggi universalmente conosciuto. Dopo essersi inizialmente dedicato a fotografare i vasti spazi dell’Ovest, i Nativi, i cercatori d’oro, i soldati della Guerra Civile, ideando anche nuovi processi di stampa, con l’inizio degli anni Settanta iniziò a studiare il movimento umano, scattando fotografie in sequenza a pochi secondi di distanza l’una dall’altra, con l’intento di permettere all’osservatore di percepire il movimento del soggetto ripreso.

Nel 1872 il politico e uomo d’affari Leland Stanford chiese a Muybridge di fotografare il suo cavallo prediletto, Occident, durante il galoppo, perché voleva dimostrare che esiste un momento durante la corsa in cui tutte e quattro le zampe dell’animale sono sollevate da terra. Il resto è storia. Alla prima iniziale sequenza di fotografie, non ottimale, ne seguirono molte altre, ottenute migliorando le tecniche e gli strumenti esistenti, o inventandone di nuovi, come lo zoopraxiscopio, uno dei primi dispositivi realizzati per la visualizzazione delle immagini in movimento, considerato uno dei precursori del proiettore cinematografico.

A partire dalla fine degli anni Settanta, Muybridge realizzò i primi paesaggi fotografici a 360° di San Francisco, un’altra innovazione assoluta. Ormai celebre, nel 1894 Muybridge si spostò in Inghilterra a tenere una serie di conferenze. Rientrò negli Stati Uniti, per lasciare le ultime disposizioni relative alle sue opere e al suo patrimonio, quindi si trasferì nuovamente in Inghilterra, dove morì nel 1904.

Il volume di Rebecca Solnit non è solo un’interessante biografia, ma anche un piccolo spaccato della storia degli Stati Uniti nel secondo decennio dell’Ottocento, e offre anche un’attenta analisi delle tecniche fotografiche degli albori.