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Leonora Carrington e il disordine delle specie

Tra il 1937 e il 1938, nella quiete appartata di Saint Martin d’Ardèche, dove si era ritirata con Max Ernst, Leonora Carrington consegna alla tela l’immagine di una felicità che, nel breve idillio di quegli anni, sembra aver trovato la propria forma. Self-Portrait (Inn of the Dawn Horse) la ritrae adagiata su una poltrona di velluto azzurro, sola presenza umana in un interno quasi spoglio: un braccio appena proteso, una mano abbandonata sul cuscino, lo sguardo fermo rivolto verso chi osserva. Contro una parete color del cielo, un candido cavallo a dondolo sembra aver smarrito, nel levitare alle spalle della donna, la natura inerte dell’oggetto. Di fronte a lei, una iena. Oltre la finestra, una giumenta bianca attraversa al galoppo il paesaggio, eco lontana del suo doppio in legno. Carrington stessa – i pantaloni da cavallerizza, l’ampia chioma indocile che si solleva intorno al volto, quasi una criniera – sembra presa nella trama equina che percorre il dipinto.

Altrove, nello stesso 1937, una tale prossimità è già divenuta confusione di forme: Donna e Uccello, recita il titolo di un secondo autoritratto, ma della donna il volto non conserva che una lieve traccia. Le fattezze sono quelle di una cavalla, e unicamente nello sguardo – fisso, ancora umano – la metamorfosi sembra arrestarsi. La grande testa occupa quasi per intero la tela. Poco più in basso, sul bordo bruno di un davanzale, zampetta solitario un uccellino.

Mero doppio spirituale dell’artista, allora, il cavallo che con tanta ostinazione torna a gremirne l’immaginario? Sarebbe facile pensarlo; non meno che ricondurre il progressivo sfaldarsi dei confini tra umano ed equino alla seduzione, tanto cara al surrealismo, della metamorfosi. Ma l’intesa di Carrington col mondo animale è più antica del simbolo, più profonda del gioco dei doppi. È un «sodalizio archetipico», la memoria di una parentela originaria che, entro un ordine che misconosce il primato dell’umano, avvicina le forme del vivente fino a farle sconfinare l’una nell’altra[1].

Creature zoomorfe, animali totemici avvolti in bozzoli di seta o pelliccia, sacerdotesse dagli arti piumati, donne con zoccoli o teste vaccine, figure femminili i cui corpi si confondono con quelli di uccelli, cavalli, farfalle: sulle tele di Carrington la promiscuità delle specie è soltanto il principio di una mescolanza più vasta. Vi confluiscono il mito e la fiaba, l’ermetismo e il folklore, la cabala e l’esoterismo, immagini e credenze attinte a tradizioni peregrine e lontane; materiali che, sottratti alle appartenenze consuete, per affinità impreviste, finiscono per comporre una «geografia irriconoscibile e magnetica»[2]. Qualcosa vi è del calderone di una strega, dove elementi disparati, mescolandosi, lasciano affiorare una realtà irriducibile agli ordini che li tenevano distinti. E se ciò accade sulla tela, non diversamente avviene sulla pagina.

Poche righe appena de La Debuttante, e siamo già in compagnia di una iena chiamata a sostituire la protagonista al ballo organizzato in suo onore, trasfigurazione fantastica, appena dissimulata, dell’insofferenza di Carrington per i rituali della buona società. Ne La dama ovale, una fanciulla «molto alta e sottile» gioca a fare il cavallo, e basta poco perché il gioco si faccia metamorfosi[3]: presto la ritroviamo «con le quattro gambe sottili come aghi e la criniera che le ricadeva come una cascata intorno al viso»[4]. Una delle sorelle dell’omonimo racconto ha invece il corpo piumato e arti bianchi che «non erano ali né braccia»[5]. E poi figure dall’«aspetto cavallino», una madre-vacca, risate che somigliano a belati, uccelli, conigli, gatti, ratti, cavalli e ancora cavalli[6].

Ma questa ostinata prossimità col mondo animale non si esaurisce nella vertigine dello straniamento. Insieme ai confini tra le specie, infatti, vacilla il privilegio che assegna all’umano un posto separato e sovrano nel vivente; e ciò che, nelle metamorfosi e nelle ibridazioni di tele e racconti, si affida alle forme dell’immaginazione troverà altrove formulazione più esplicita. In What is a Woman (1970), noto anche come Female Human Animal, il dominio maschile appare come il principio di un disordine che, ben oltre il rapporto tra i sessi, si estende all’intera vita organica. Di qui l’appello alle donne perché si uniscano fra loro e stringano alleanza col mondo naturale, opponendo alla logica dell’oppressione una solidarietà più vasta tra le forme del vivente, sola possibilità di sottrarre il pianeta alla distruzione.

È in questa luce che le donne-animale dell’immaginario carringtoniano rivelano tutta la loro carica sovversiva. Virginia Fur, protagonista di Mentre andavano lungo il margine, porta questa insubordinazione fin dentro il proprio nome. Creatura semi-umana, libera e sovrana nel folto del bosco, si aggira a cavallo di una ruota, «metri di criniera e mani enormi dalle unghie sudicie»[7]; emana un forte «odore fruttato», mentre i lunghi capelli brulicano di animali notturni[8]. A tentare invano di convertirla è sant’Alessandro, lo stesso che farà uccidere Igname, il cinghiale da lei amato. Ma la vendetta non tarda ad arrivare: radunata una schiera di animali, Virginia irrompe nella chiesa, e nella sua rivalsa sembra risuonare quella, più vasta e corale, del mondo animale contro l’ordine che vorrebbe assoggettarlo[9].

La scrittura di Carrington, col suo humor dissacrante e la seduzione inquieta dei mondi che dischiude, invita allora a familiarizzare con l’incongruo, ad amare un cinghiale, a ritrovare in ciò che vive le tracce di un’intesa perduta. È forse questo richiamo remoto a raggiungere Jemima, la fanciulla ribelle del racconto che chiude la raccolta, quando incontra un’enigmatica figura. «Con quei capelli grigi, disordinati, e il volto affilato, sembrava davvero più animale che uomo»[10]. Lo segue in giardino, e già una morbida pelliccia comincia a spuntarle sui piedi, mentre lui trascorre da una forma all’altra: «pianta, uccello, animale, uomo»[11]. Più tardi, dall’alto di un albero, del paesaggio familiare non resta più nulla: soltanto «miglia di foresta e un castello gigantesco»[12]. Oltre i confini dell’umano, il mondo ricomincia.

di Maria Quaglione 
Copyright © Università Cattolica del Sacro Cuore
Riproduzione riservata

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  1. G. Ingarao, Leonora Carrington. Un viaggio nel Novecento. Dal sogno surrealista alla magia del Messico, Sesto San Giovanni, Mimesis Edizioni, 2014, p. 22.
  2. Ivi, p. 99.
  3. L. Carrington, La dama ovale, in La debuttante, Milano, Adelphi Edizioni, 2018, p. 20.
  4. Ivi, p. 23.
  5. L. Carrington, Le sorelle, in La debuttante, op. cit., p. 37.
  6. L. Carrington, L’uomo neutro, in La debuttante, op. cit., p. 70.
  7. L. Carrington, Mentre andavano lungo il margine, in La debuttante, op. cit., p. 79.
  8. Ivi, p. 84.
  9. A tal proposito, cfr. K. Eckersley, Encountering female human animal becomings in Leonora Carrington’s surrealist hybrid tales, in Beastly Modernisms: the figure of the animal in modernist literature and culture, Edimburgo, Edinburgh University Press, 2023, pp. 198-214.
  10. L. Carrington, Jemima e il lupo, in La debuttante, op. cit., p. 166. Per un approfondimento sul rapporto umano-animale nel racconto, v. K. Eckersley, Encountering female human animal becomings in Leonora Carrington’s surrealist hybrid tales, op. cit.
  11. Ivi, p. 171.
  12. Ivi, p. 174.
* In alto: Leonora Carrington, Crookhey Hall (1987), particolare della copertina di L. Carrington, La debuttante, Adelphi, 2018.