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Ezio Franceschini e la valle più bella del mondo

Nel 2026 ricorrono i centovent’anni dalla nascita di Ezio Franceschini (1906-1983), illustre studioso e accademico italiano che ha lasciato un’impronta indelebile nel campo della letteratura latina medievale. Nato nel 1906 in un piccolo borgo nel cuore della Valsugana, Franceschini appartiene a quella generazione di studiosi per i quali la cultura non fu mai soltanto un esercizio accademico, ma anche e soprattutto una forma di attenzione al mondo e alle persone. Si laureò in Lettere all’Università di Padova nel 1928, sotto la guida del grande latinista Concetto Marchesi. Già negli anni universitari aveva maturato esperienze di insegnamento nei collegi. Ottenuta la libera docenza in Letteratura latina medievale, insegnò a Padova fino al 1938. L’anno seguente, dopo aver vinto il primo concorso bandito in Italia per la cattedra di Storia della letteratura latina medievale, si trasferì all’Università Cattolica di Milano. Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla Resistenza, organizzando l’espatrio di ebrei e perseguitati politici in Svizzera. Al termine del conflitto, fu Preside della Facoltà di Lettere dell’Ateneo milanese nell’anno accademico 1945-46 e dal 1953 al 1965, rivestendo poi il ruolo Rettore dal 1965 al 1968, in anni tutt’altro che semplici, segnati dalla contestazione e dal movimento studentesco.

In questo breve intervento vogliamo ricordare Franceschini attraverso un piccolo libro postumo, forse non troppo conosciuto, intitolato La valle più bella del mondo. Racconti dal vero, che raccoglie una serie di novelle apparse originariamente, tra il 1977 e il 1980, sulla rivista mensile “Giovani Amici dell’Università Cattolica”, pubblicazione destinata ai ragazzi edita dall’Ateneo milanese dal 1967 al 1995. Il volume fu stampato per la prima volta da Vita e Pensiero nel 1984, ad un anno dalla scomparsa dell’autore, con la presentazione di Giuseppe Lazzati e l’introduzione di Leonardo Ancona, entrambi legati a Franceschini da profonda amicizia, oltre che da stima professionale, e con le belle illustrazioni di Franca Trabacchi.

Particolarmente godibile, soprattutto per chi ha dimestichezza con l’Ateneo milanese, è la sezione intitolata Vita all’Università, in cui Franceschini rievoca alcuni aneddoti relativi agli anni trascorsi in Cattolica. Tra questi, memorabile è Incontro con padre Gemelli, nel quale questi sottopone lo studioso ad un’attenta valutazione prima di ammetterlo nel consesso dei docenti. Non mancano, come era tipico del carattere di padre Gemelli, le sue reprimende: «Non stai attento! Sprechi la carta!», fino all’insinuazione che Franceschini fosse alquanto “originale” e alla decisione di mandarlo da un amico psicologo. Quest’ultimo, dopo averlo accuratamente visitato, gli suggerì di riferire a Gemelli, in milanese, che «el matt l’è lu!» («il matto è lui!»), suscitando una sonora risata nel fondatore dell’Ateneo.

Altrettanto divertenti gli altri racconti della sezione: in Una notte movimentata si narra di una terribile indigestione di funghi porcini che, nei sogni deliranti di Franceschini, prendono vita e gli preparano la bara; ne Il passerotto ferito, lo studioso sottrae un povero passerotto dalle grinfie del gatto del Collegio Marianum, se ne prende cura e lo accompagna fino alla guarigione; ne La lezione dei merli, un gustoso pranzetto a base di polenta e uccelletti, consumato in compagnia dell’amico professore Leonardo Ancona, provoca a Franceschini un terribile attacco di gotta, facendolo nuovamente sprofondare in sogni allucinatori.

E infine si arriva alla sezione intitolata La valle più bella del mondo. È qui che il libro, apparentemente destinato ai ragazzi, rivela un significato più profondo.

La “valle più bella del mondo” è innanzitutto la Valsugana, la valle dell’infanzia, popolata di alberi, animali, montagne e ricordi. Ma è anche qualcosa d’altro: è la valle che attende Franceschini oltre la vita, il momento dell’incontro con Dio che, dopo il grave malore che lo aveva colpito nel 1968 proprio durante un’escursione in vetta, egli sente appressarsi giorno dopo giorno. Le due immagini finiscono così per sovrapporsi. La terra dell’infanzia e il Paradiso, il paesaggio conosciuto e quello desiderato, la memoria e l’attesa diventano quasi un’unica realtà. Il Paradiso non è un luogo astratto e lontano: ha il volto concreto della valle amata, il colore dei suoi boschi, il movimento degli animali, i contorni delle sue cime innevate. A questa sezione appartengono soltanto tre racconti, gli ultimi scritti da Franceschini tra aprile e maggio del 1980.

In Visite, lo scrittore è costretto a letto dai suoi acciacchi, mentre fuori infuria una tempesta. Eppure, proprio nel mezzo del temporale, nasce in lui un desiderio irresistibile: apre la finestra e lascia entrare gli uccelli che vede sospinti qua e là dalla bufera. Arrivano uno dopo l’altro, quasi rispondessero a una chiamata. Si posano sul davanzale, entrano nella stanza e la riempiono dei loro canti. L’immagine richiama inevitabilmente san Francesco, il Santo che parlava agli uccelli e riconosceva nella natura una fraternità universale. E non è casuale nemmeno l’eco dell’Arca di Noè: quando la tempesta finalmente si placa, Franceschini spalanca le finestre e lascia che gli uccelli tornino alla libertà. Poi si accorge che ne è rimasto uno, l’uccellino che da tempo vive con lui in una gabbia: gli apre lo sportello, l’animale esce, vola via e raggiunge un albero, assapora per un momento la libertà. Ma, sorprendentemente, torna nella gabbia e ricomincia a cantare. Da allora la gabbietta resterà sempre aperta, e l’uccellino sarà libero di entrare e uscire. Il gallo cedrone nasce da un ricordo di gioventù: il fratello lo aveva invitato a una battuta di caccia, il cui obiettivo era un gallo cedrone. Durante la notte, però, Ezio aveva sostituto di nascosto i proiettili del fucile del fratello con delle cartucce a salve. Quando il fratello sparò, dunque, l’animale non fu colpito. Il racconto prosegue poi in una seconda parte, intitolata In fondo al tunnel, dove il ricordo assume la forma del sogno e della visione. Franceschini si trova davanti il gallo cedrone che, anni prima, era riuscito a salvare. L’animale lo invita a seguirlo e si inoltra in un oscuro tunnel. L’uomo esita. Ha paura. Non sa dove stia andando. Ma attraversato il buio, quando finalmente ne esce, davanti ai suoi occhi si apre un paesaggio straordinario: la valle più bella del mondo. Il tunnel diventa così una soglia. Da una parte c’è il buio, dall’altra la luce; da una parte la vita conosciuta, dall’altra qualcosa che ancora non conosciamo. E a guidare Franceschini non è un angelo, né una figura umana, ma proprio quell’animale che tanti anni prima egli aveva salvato dalla caccia.

Letti soltanto come racconti per ragazzi, questi testi sono storie di animali, avventure, ricordi e paesaggi. Letti a un secondo livello, diventano invece una riflessione sulla vita, sulla morte, sulla libertà e sull’attesa. C’è, in queste pagine, qualcosa che potremmo definire francescanesimo: non tanto una dottrina, quanto uno sguardo sul mondo. Uno sguardo capace di riconoscere nelle creature, grandi e piccole, una comune appartenenza e una possibilità di dialogo.

di Silvia Valeria Polenta 
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