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«Sette canti contro lo Scontento» di Davide Rondoni

01 Luglio 2026

Le trasformazioni del mondo, legate al dilagare della tecnica […] allargano smisuratamente gli orizzonti della conoscenza e dell’informazione: ma non quelli della riflessione (interiore) e della comunicazione […]. Non c’è relazione autentica, non c’è relazione che abbia a fondare una comunicazione e un incontro, che non sia mediata dal linguaggio, anche corporeo, delle emozioni […]. La società in cui viviamo (in cui vivono, in particolare, gli adulti) si sta rapidamente trasformando in una società autistica: facendoci smarrire il senso dell’umana solidarietà, che trascende ogni prigione individualistica e che ha bisogno soprattutto di apertura e di speranza[1].

Queste parole di uno dei più grandi psichiatri italiani ed internazionali – Eugenio Borgna – affascinato fin dai suoi inizi dalla poesia come strumento di conoscenza e riflessione interiore, possono forse tornare utili per avvicinarci a Sette canti contro lo Scontento, l’ultimo libro di Davide Rondoni pubblicato per le edizioni Garzanti.

Già con La natura del bastardo[2] per Mondadori Rondoni opponeva a una “purezza” di matrice simbolista una poesia terragna impastata di sacro e profano, in un viaggio sbandato che attraversava autostrade, bar, discoteche, ipermercati accogliendo – come notava acutamente Massimo Morasso – le numerose sollecitazioni vitali al pari di un «sismografo febbrile dell’esistenza»[3]. Si trattava di un processo di “imbastardimento” che arrivava a toccare la lingua e le sue strutture in una progressiva contaminazione di codici, registri, stili. Con Sette canti contro lo Scontento ci troviamo di fronte a un’ulteriore deflagrazione, in una poesia totale che mescola versi e prosa senza soluzione di continuità e oppone alla «fluida perfezione» un andamento irregolare, spurio: «metropolitana, metropoli / tana / emissioni soffuse di dati, una nebbia guida / i destini / hanno tutti scelto di vivere così, scelto / o no, non potevano restare / sperduti, bambini / sotto le stelle nei campi, in riva / al mare? / (potevano, non potevano niente?) / vedono i cavalli di sangue e luce / lungo i binari, volare nei tunnel? / In queste fauci meravigliose fauci / lo Scontento li mastica lentamente / e fissandoti…».

Un flusso magmatico di frammenti che potrebbe ricordare i Cantos poundiani ma qui è forse qualcosa di beat ad aggirarsi nella scrittura randagia di Rondoni, tra apparizioni metropolitane e visioni apocalittiche nello Spanish Harlem di New York: «Riparami da questo frastuono / per il resto della notte riparami / ti diceva la figura sbucata da cartoni / fradici stringendoti le mani / non lasciarmi andare via / […] La Sapienza è seduta, vecchia ebrea nera fuma la pipa fuori dalla porta». E ancora: «In Occidente imperano sulla rovina delle loro menti, mentono sapendo di morire, carezzano la fine come amica. Chiamano postuomini marchingegni da sostituire, buttare via. La mia regione, dice la felice nazista-progressista, è la prima Down-free. Pecore della morte, biascica ironica la vecchia con la pipa».

Quella descritta da Rondoni è una civiltà al collasso dove talvolta sono proprio gli artisti «i primi a diventare nihilisti ironici futili tristi»; sono in gioco allora, per tornare alle riflessioni iniziali di Borgna, i fondamenti autentici dell’umano e delle sue profonde relazioni, le uniche che permettono di scampare «al vizio malinconico / alla esistenza triste in cui il demone invita / nel privé con occhi games e inanellate / lunghe dita». Lo Scontento che «attacca» e «saetta» come un «serpente verdesquame» è il segno visibile di questa sorta di malattia o anestesia umana e spirituale di cui i più giovani subiscono le sotterranee e tremende conseguenze: «pagherete tutto con la violenza / che cresce dentro i ragazzini». Occorre allora, ci dice l’autore, falciare «l’erba nera del lamento» per «seminare qualcosa di buono / sotto le stelle indecifrabili», mormorare la lingua francescana della lode perché «nascere è una benedizione / non solo un trauma, non solo / l’inizio della sventura».

Il poeta si muove come un rabdomante alla ricerca di sorgenti e vibrazioni sotterranee, che si tratti di attraversare metropoli italiane e newyorchesi o circoli intellettuali obnubilati dal politically correct, tutto entra nella «lingua zero» di questa poesia: «treni scassati nella notte», «bar», «call center», le «Madonne di Beato Angelico» e quelle «di Armani», “Mario” nome di «barista manutentore» e nome del Mario Luzi di via Bellariva «poeta novecentesco fedele alla vita» e ancora la cronaca con il «bagagliaio della R4» dove fu ritrovato il corpo di Aldo Moro e il poeta Virgilio che avrebbe voluto con la sua Eneide «essere cenere, sparire», Lionel Messi, Francis Ford Coppola, Falcone e le ultime parole di Fabrizio Quattrocchi rapito e ucciso in Iraq nel 2004. Occorre fidarsi, ci dice Rondoni in questo scorretto e ardente libro beat, degli incontri che sostengono e rimettono in moto l’autentica speranza, che si tratti del «volto appassionato di don Giussani» o degli innumerevoli amici artisti, pittori, poeti e musicisti singolarmente citati con epiteti nelle pagine di questo volume. Come il gesto fiducioso della «donna del lanciatore di coltelli» che sa ancora guardare negli occhi il destino:

come fai? chiedile a un passo
dal medesimo essere preso di mira:

lo fisso
lo fisso, dice sorridendo e perdendosi
nei cocktail nei farmaci o che buio
di Manhattan l’attira, lei dice: devo
guardarlo negli occhi fidarmi
di lui, sì, adesso
non muovermi, niente

niente paura
se non mi fido completamente, se
solo d’un soffio mi faccio
di lato, millimetricamente

lui mi trafigge, mi sfigura
[…]
ma il destino è un lanciatore di coltelli
fissalo negli occhi fidati di lui

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  1. E. Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano, 2001, p. 32.
  2. D. Rondoni, La natura del bastardo, Mondadori, Milano, 2016.
  3. M. Morasso, Davide Rondoni, “La natura del bastardo”, e la sua “musa vibrante e inappagabile”, «L’EstroVerso», 31 marzo 2017.