«La pietra Lunare» di Tommaso Landolfi
Un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande, quanto più sarà dominato dalla ragione; ché pochi possono esser grandi, e nelle arti e nella poesia forse nessuno, se non sono dominati dalle illusioni […]. Mentre l’uomo, preso in grande, si allontana da quella puerizia in cui tutto è singolare e meraviglioso, in cui l’immaginazione par che non abbia confini, da quella puerizia che così era propria del mondo al tempo degli antichi, come è propria di ciascun uomo al suo tempo, perde la capacità di esser sedotto, diventa artificioso e malizioso, non sa più palpitare per una cosa che conosce vana, cade tra le branche della ragione […]. Ma […] questo senno e questa esperienza sono la morte della poesia[1].
Sono parole riprese dallo Zibaldone che ci giungono, ancora vive nel loro segreto fascino, dall’appendice leopardiana posta a conclusione del romanzo breve, o racconto lungo, La pietra lunare di Tommaso Landolfi (1908-1979), grande ed enigmatico autore del nostro Novecento.
Landolfi, originario del borgo laziale di Pico (allora in provincia di Caserta, ora di Frosinone) dopo essersi iscritto alla Facoltà di Lettere a Roma si trasferì a Firenze nel 1928 dove continuò poi gli studi, laureandosi nel 1932 in letteratura russa con una tesi su Anna Achmatova. Gli anni fiorentini furono fondamentali per la formazione culturale di Landolfi che frequentò il celebre cenacolo letterario delle Giubbe Rosse e incontrò scrittori e intellettuali del calibro di Traverso, Bo, Luzi e Montale. A partire dagli anni Trenta Landolfi cominciò a collaborare con prestigiosi periodici letterari come “L’Italia letteraria” e “Letteratura” su cui pubblicò recensioni, saggi critici e soprattutto testi narrativi, oltre a iniziare una lunga attività di raffinato traduttore dal russo, dal tedesco e dal francese. La maggioranza dei libri di Landolfi si andò formando raccogliendo insieme nuclei di testi inizialmente editi su rivista, come accade anche per gli Inediti di romanzo. Dalla pietra lunare: capitolo VI che uscirono infatti nel 1938 sul periodico “Letteratura: rivista trimestrale di letteratura contemporanea” diretto da Alessandro Bonsanti[2].
Le “scene della vita di provincia” de La pietra lunare ci conducono, sulle orme dello studente Giovancarlo ammaliato da Gurù, misteriosa e sensuale fanciulla che in alcune notti si trasforma in capra-mannara, in un mondo grottesco e allucinato abitato da «lunari orrori» e oscure apparizioni in cui l’irrazionale sconvolge l’ordito del reale:
E allora, d’improvviso, il giovane si sentì guardato. Dal fondo dell’oscurità, resa più cupa da un taglio alto di luce lunare sul muro di cinta, due occhi neri, dilatati e selvaggi, lo guardavano fissamente. Egli sobbalzò, ma uno stupore e un terrore tanto forte lo invasero, e d’altra parte quegli occhi lo fissavano con tanta intensità, che non poté parlare né stornare lo sguardo[3].
La prima edizione de La pietra lunare: scene della vita di provincia uscì per i tipi di Vallecchi nella collana “Prosatori italiani contemporanei”, stampata nel mese di maggio 1939 presso gli Stabilimenti Grafici Vallecchi, Viale dei Mille, 72. La casa editrice fu fondata a Firenze nel 1913 da Attilio Vallecchi (Firenze, 1880 – ivi, 1946) che, dopo aver collaborato a stampare come tipografo importanti riviste quali il “Leonardo” di Papini e Prezzolini e il “Regno” di Corradini, diventò editore di “Lacerba” raccogliendo intorno a sé i maggiori esponenti della letteratura italiana del Novecento. Attraverso l’amicizia e la collaborazione di importanti letterati fiorentini tra cui Papini e Soffici, la casa editrice Vallecchi – nata per intuizione di un giovane fiorentino di modesta famiglia prima apprendista tipografo, garzone e poi compositore in diverse botteghe – diventò presto una prestigiosa realtà rappresentativa della cultura italiana. Come ricostruito nel catalogo delle edizioni Vallecchi:
Nella seconda metà degli anni Trenta è Papini, nonostante le dimissioni dal Consiglio di amministrazione, che svolge il ruolo di consigliere «intimo e amichevole» di Attilio Vallecchi […] Papini, assunto nell’empireo delle glorie fasciste, nominato professore di Letteratura italiana a Bologna nella cattedra che fu di Carducci, Accademico d’Italia nel 1938 e autore di quella Storia della letteratura italiana, presentata da Attilio Vallecchi a Mussolini come l’opera scritta contro i «professori del crocianesimo» […] rappresenta l’emblema della casa editrice, a fianco del quale trova un autonomo sviluppo un folto gruppo di giovani autori che, con le loro opere, manterranno elevata la produzione editoriale[4].
Tra questi autori anche il poco più che trentenne Landolfi con la sua Pietra lunare, che un lettore acuto come Zanzotto segnalò per la sua straordinaria originalità:
Questa maturità giovanile di Landolfi è tra le più rare che siano state conseguite da quei grandi autori che appunto nella gioventù hanno dato, se non il loro meglio, opere del più abbagliante pregio. Ma sarebbe poi difficile formulare una scala di valore delle opere di Landolfi, perché in ognuna ci si trova sempre con ogni tipo di sorprendenti novità. Eppure La pietra lunare ha i titoli per essere giudicata la più straordinaria[5].
Fu Carlo Bo, tra i primi e maggiori interpreti dell’opera di Landolfi, a offrire nelle sue Note su Landolfi comprese in Nuovi studi (Vallecchi 1946) un preciso ritratto della complessità della sua scrittura:
La storia di Landolfi è determinata continuamente da una speculazione intellettuale: ogni sua pagina soffre un esame aperto e preciso per le varie correnti che la animano. Forse nessuno si offre con tanto abbandono al lettore, ma si badi, a un lettore dotato come lui della stessa forza d’acutezza, di presenza, della stessa pulizia dei suoi movimenti […]. Sembra che l’autore stesso faccia di tutto per distrarre il lettore dal vero centro della sua naturale conclusione e preferisca insistere fino al disordine sui fili meravigliosi della sua abilità, ma superato questo velo così resistente delle apparenze acconsentite e quasi nel primo eccesso delle sue ragioni rettoriche si riesce a penetrare nel mondo semplice e composto della sua arte[6].
Con La pietra lunare che seguì il Dialogo dei massimi sistemi (Parenti 1937) Landolfi iniziò un pluriennale legame con l’editore Vallecchi che durò fino all’inizio degli anni Settanta, quando subentrò Rizzoli. Il Gambetti-Vezzosi descrive così questa prima edizione:
Oltre alla tiratura ordinaria, anche 25 copie numerate con 1 tavola di G. De Chirico […]. Brossura con fregio, sopraccoperta con dipinto a colori di Nils Martellucci (anche una variante senza illustrazione), pp. 168, cm. 19,7×13,7. Romanzo scritto nel 1937. Non raro, ma abbastanza ricercato[7].

La Libreria Antiquaria Pontremoli, che ne mette in vendita due esemplari, di cui uno proveniente dalla collezione di Giampiero Mughini, la definisce «prima, rarissima, edizione Vallecchi del 1939 (poi riedita dalla stessa Vallecchi nel 1944)»[8] e ricorda che «la prima edizione del volume uscì con due sovracoperte diverse: una semplicemente di impostazione grafica, l’altra con il quadro di Nils Martellucci»[9].
La Biblioteca di Milano dell’Università Cattolica possiede nelle sue collezioni un esemplare di questa prima edizione, in brossura con fregio e in 16°, purtroppo privo della sovraccoperta e con una rilegatura successiva in tela verde chiaro: presenta bruniture sparse ma è completo, con la copertina originale con titoli in nero al piatto anteriore entro cornice rossa; il titolo è invece in rosso e il sottotitolo in nero sia sull’occhietto che sul frontespizio. Esemplari come questi ci fanno rendere conto ancora oggi, a più di un secolo di distanza dalla nascita delle edizioni Vallecchi, della cura tipografica e editoriale che accompagnava la pubblicazione di questi libri. Il marchio editoriale Vallecchi è stato recentemente acquisito dal gruppo Maggioli, con il progetto da parte dell’imprenditore Manlio Maggioli di rilanciarlo «con la stessa convinzione, lo stesso entusiasmo e la stessa vitalità con cui Attilio diede vita alla sua impresa nei primi anni del Novecento»[10].
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- T. Landolfi, La pietra lunare: scene della vita di provincia, Vallecchi, Firenze, 1939, pp. 163-164.
- T. Landolfi, Inediti di romanzo. Dalla pietra lunare: capitolo VI, “Letteratura: rivista trimestrale di letteratura contemporanea”, 1938, anno 2, n. 4, pp. 56-61.
- T. Landolfi, La pietra lunare, op. cit., p. 18.
- L. Brogioni, Le edizioni Vallecchi: catalogo 1919-1947, F. Angeli, Milano, 2008, p. 35.
- A. Zanzotto, La pietra lunare, in A. Zanzotto, Aure e disincanti nel Novecento letterario, Mondadori, Milano, 1994, pp. 327-328.
- C. Bo, Nuovi Studi. Prima serie, Vallecchi, Firenze, 1946, pp. 174-175.
- L. Gambetti, F. Vezzosi, Rarità bibliografiche del Novecento italiano: repertorio delle edizioni originali, S. Bonnard, Milano, 2007, p. 436.
- T. Landolfi, La pietra lunare. Scene della vita di provincia, nota introduttiva di Andrea Zanzotto in Libreriapontremoli.it.
- T. Landolfi, La pietra lunare. Scene della vita di provincia in Libreriapontremoli.it.
- Storia della casa editrice Vallecchi in Vallecchi-Firenze.it.

