«Autoritratto» di Carla Lonzi e il ridimensionamento della funzione critica
Scarti, sospensioni, deviazioni improvvise del pensiero. Frasi spezzate, silenzi, inflessioni linguistiche; battute che si inseguono, si arrestano, riprendono altrove. È da queste fenditure del discorso che, in apertura ad Autoritratto (1969), affiorano quattordici tra le voci più significative della scena artistica coeva. «Cosa vuoi che ti racconti», esordisce Lucio Fontana[1]. Basterebbe iniziare, suggerisce Carla Lonzi, «da un punto qualunque»[2]. Ma come si può ancora dire qualcosa – si domanda Enrico Castellani – se si è già dimenticato ciò che si disse l’anno precedente? Giulio Paolini, dal canto suo, si ripeterà «per galanteria»[3]. E Carla Accardi, «così istintiva», teme che il pensiero possa sfuggirle via prima ancora di fissarsi in una forma[4].
Un attacco disorientante, per un testo di critica d’arte. Ma disorientante è, più profondamente, l’opera stessa: nessuna struttura argomentativa, nessuna partizione interna, nessun esercizio dell’autorità critica nel senso tradizionale del termine. Autoritratto procede invece per montaggi, ritorni della voce; attraverso una trama di conversazioni che – avverte la premessa – non nacquero «come materiale di un libro», ma dal «bisogno di intrattenersi con qualcuno in modo largamente comunicativo e umanamente soddisfacente»[5]. A guidare Carla Lonzi, tra il 1965 e il 1969, nella registrazione dei dialoghi poi raccolti nel volume è infatti la convinzione che l’opera d’arte costituisca «una possibilità d’incontro», capace di ricondurre l’esistenza a una dimensione autentica e creativa[6]. Ma come innescarne la dimensione relazionale? Come liberarne la forza trasformativa?

Laureatasi nel 1956 con Roberto Longhi, Lonzi entra rapidamente nel cuore della scena artistica del tempo: organizza mostre, collabora con riviste come “L’Approdo letterario” e “Marcatré”, si muove tra l’Italia e l’estero entrando in contatto con alcune delle esperienze più radicali dell’arte contemporanea. Ma è proprio nel momento della piena affermazione professionale che qualcosa inizia a incrinarsi. L’idea stessa di critica – come esercizio di mediazione e interpretazione – si rivela progressivamente inadeguata a custodire quella possibilità d’incontro che il fare artistico dovrebbe rendere possibile. Il mestiere le appare allora «fasullo, completamente fasullo»[7]: nessuna autenticità nel dialogo, nessuna reciprocità; piuttosto, un dispositivo di potere che imbriglia l’opera entro categorie estetiche e storicizzanti, riducendola a puro oggetto di sapere.
Ma all’intellettualizzazione dell’arte e alla subordinazione dell’artista al critico – vertice di un vero sistema gerarchico, quello culturale – Lonzi reagisce attraverso un gesto tanto inedito quanto sovversivo: prendere un registratore e disporsi allo scambio. Ascoltare la voce dell’artista, poi riascoltarla, trascriverla senza piegarla a un linguaggio già codificato. Lasciare che sulla pagina sopravvivano esitazioni, sgrammaticature, inflessioni del parlato, tutto ciò che l’esercizio interpretativo tende normalmente a espungere.
Nasce soprattutto da qui il carattere «anti-disciplinare e indisciplinato» che Giovanna Zapperi riconosce ad Autoritratto[8]: un libro che incrina dall’interno i codici della scrittura d’arte tradizionale, sostituendo all’oggettivazione operata dallo sguardo critico l’affiorare della soggettività dell’artista. A questa medesima logica rispondono anche il montaggio libero delle conversazioni – disposte secondo un «ordine di stimolo» piuttosto che secondo un andamento cronologico – e il progressivo disperdersi degli interventi lonziani entro una trama polifonica in cui nessuna voce prevale sulle altre[9]. Persino l’apparato iconografico, dominato da fotografie intime e familiari degli artisti, sembra sottrarsi a ogni monumentalizzazione dell’autore, orientando il libro verso quella ricerca di autenticità che ne percorre l’intera architettura. Eppure, anche questa esperienza finirà per rivelarsi insufficiente. A condurre Lonzi fuori dal mondo dell’arte sarà infatti la consapevolezza che nessuna reale reciprocità possa darsi entro un orizzonte simbolico che – come verrà esplicitato in Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile (1971) – continua a relegare la donna al ruolo contemplativo di spettatrice di un’arte «attuata dagli uomini e per gli uomini»[10].
E tuttavia, ciò che negli anni del femminismo troverà formulazione teorica appare già, in filigrana, nella trama stessa di Autoritratto. Non è privo di significato, infatti, che l’unica presenza a evocare esplicitamente la questione di genere sia quella di Carla Accardi, che proprio nella battuta conclusiva del libro afferma: «Ma non lo voglio mettere, adesso… voglio che ci sia questo problema, donna-uomo, e basta. Un giorno uno mi dice “non c’è tanto”. No, no, no… io la mattina dopo mi rialzo e il problema c’è»[11]. E non è forse casuale che quest’«opera cerniera», già protesa verso l’esperienza di Rivolta Femminile, si chiuda proprio con la sua voce[12].
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- C. Lonzi, Autoritratto. Accardi, Alviani, Castellani, Consagra, Fabro, Fontana, Kounellis, Nigro, Paolini, Pascali, Rotella, Scarpitta, Turcato, Twombly, Milano, Abscondita, 2017, p. 15.
- Ibidem.
- Ibidem.
- Ibidem.
- Ivi, p. 11.
- Ibidem.
- Ivi, p. 39.
- G. Zapperi, Carla Lonzi. Un’arte della vita, Roma, DeriveApprodi, 2017, p. 50.
- C. Lonzi, Autoritratto, op. cit., p. 15.
- C. Lonzi, Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile, in Sputiamo su Hegel e altri scritti, a cura di A. Buttarelli, Milano, La Tartaruga, 2023, pp. 63-65.
- C. Lonzi, Autoritratto, op. cit., p. 285.
- S. Cucchi, Dall’autoritratto all’autocoscienza: la scrittura del riconoscimento di Carla Lonzi, in “Elephant & Castle. Laboratorio dell’immaginario”, giugno 2021, 25, p. 8.

