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«Novecento»: la monumentale collezione di Giampiero Mughini

24 Marzo 2026
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«Una collezione? No era la mia vita» così Giampiero Mughini racconta della sua straordinaria avventura nel collezionismo di libri italiani in prima edizione. In oltre quarant’anni di sconsiderata bibliofilia (o meglio bibliofollia come la chiama lui) ha messo insieme più di milletrecentocinquanta titoli, ora consultabili in un accurato catalogo pubblicato dalla Libreria Antiquaria Pontremoli. Se già di per sé la collezione Mughini è un vero e proprio monumento al Novecento letterario e alla storia culturale del nostro Paese, allo stesso tempo anche il catalogo della collezione è una preziosissima bussola per orientarsi nello sconfinato mondo delle rarità editoriali del secolo scorso.

Sfogliando le pagine del catalogo di primo acchito si va alla ricerca dei tre «libri capitali» che hanno segnato la nostra poesia novecentesca, quello che si potrebbe definire il paradigma: Il Porto Sepolto – uno di quegli ottanta esemplari stampati a Udine nel dicembre del 1916 contenente i versi composti da Giuseppe Ungaretti in trincea mentre impazzava la Grande Guerra – i Canti Orfici di Dino Campana – nell’edizione leggendaria del 1914 sul cui frontespizio il poeta appose una dedica all’Imperatore tedesco Guglielmo II contro cui l’Italia stava per entrare in guerra – e ovviamente gli Ossi di seppia del 1925 nella edizione gobettiana. Dopodiché ci si perde nel racconto degli infiniti aneddoti che si celano dietro la pubblicazione di libri, noti e meno noti, alcuni quasi sconosciuti e dei quali, se prima si ignorava l’esistenza, ora si impara a comprendere l’inestimabile valore.

Si pensi al concetto stesso di prima edizione e a quanto sia altamente poetico: un’opera nella veste che aveva al suo nascere, quando ancora «nessuno sa quale sarà la sua sorte». Mughini ammette di aver capito relativamente tardi che cosa fosse e a tal proposito racconta della sua esperienza nella libreria antiquaria romana Maldador, quando vide per la prima volta un romanzo di Alberto Savinio «che aveva tutt’altro odore» rispetto alle opere dello stesso autore nelle vesti editoriali firmate da Sellerio e da Adelphi. Mughini riconosce quel fascino per l’antico, quell’attrazione verso un esemplare usurato dal tempo che è però in grado di suscitare una forza disarmante tale da indurre il lettore/bibliofilo a fare carte false per accaparrarselo. 

Ci vuole senz’altro fiuto per costruire una collezione come quella di Mughini, ci vuole anche un gusto sopraffino e una sconfinata sensibilità, e poi ci sono una serie di regole non scritte secondo le quali bisogna sapere cosa cercare. Si parte dall’assunto fondamentale che ciò che determina il valore culturale e letterario di un libro raramente è il suo successo commerciale. Allo stesso tempo ci sono libri rarissimi da trovare per i collezionisti, perché stampati e venduti in un esiguo numero di copie che possono però essere di scarso rilievo letterario. Sicuramente il concetto generale di rarità di un libro racchiude al suo interno una serie di preziosismi aneddoti che vanno al di là dell’opera letteraria in sé. La rarità di un libro può raccontare il come e il perché di una creazione artistica dolorosa, il difficile impatto che ha avuto nell’ambiente culturale in cui è nato, il momento specifico della biografia di un autore.  

A cospetto dei celebrati libri di Campana, Ungaretti e Montale ci si imbatte nella storia di Lucio Piccolo e di «una delle massime rarità tra i libri di poesia italiana del secolo»: 9 liriche (1954)Si tratta di un volume fatto stampare dall’autore a spese proprie in sole sessanta copie presso una piccola tipografia di Sant’Agata di Militello. Piccolo, un barone esordiente a più di cinquant’anni d’età, pensò bene di inviare una copia del suo libro a Eugenio Montale. La storia che ne segue è a metà tra il farsesco e il leggendario: quando il pacco postale fu consegnato a casa Montale giunse gravato da una tassa che ne segnalava l’insufficiente affrancatura. Leggenda vuole che, nonostante la sua rinomata tirchieria, il poeta ligure, che tra l’altro non conosceva minimamente chi fosse questo Lucio Piccolo, pagò la tassa. Che Montale lo fece per testare se quei versi valessero effettivamente il costo dell’affrancatura è probabile, ma ciò che risulta ancora più sorprendente è che quelle liriche gli piacquero al punto da firmare la prefazione per la prima edizione mondadoriana del 1956. Eugenio Montale volle conoscere personalmente Piccolo, così nel luglio del 1954 lo invitò al Convegno poetico di San Pellegrino Terme. In quell’occasione il poeta siciliano si recò accompagnato dal cugino, un certo Giuseppe Tommasi di Lampedusa che di ritorno da quel viaggio decise di intraprendere la scrittura del suo romanzo Il Gattopardo. Ma questa è un’altra storia.  

Si potrebbe continuare all’infinito citando le avvincenti vicende e gli episodi curiosi che si apprendono leggendo Novecento e La collezione, il volume di Mughini edito per Einaudi nel 2009, in cui molte citazioni fanno da cornice al catalogo. Ce ne è per tutti i gusti, per i bibliofili, per gli appassionati, per i nostalgici, e poi c’è la storia di una vita di Giampiero Mughini che vendendo questa collezione è come se si «fosse strappato la pelle viva». Ma in questa dolorosa separazione c’è anche qualcosa di “sacro” al quale il collezionista non ha potuto rinunciare: i “triestini” Saba e Svevo, gli irrinunciabili, che sono, al pari dei libri di Carlo Dossi, tra i pochi della sua collezione ad essere rimasti, intatti, sullo scaffale della biblioteca della sua casa.