L’esatto confine che grava
tra desiderio e realtà.

Su questa fragile linea di frontiera sembra muoversi tutta la poesia del vicentino Tiziano Broggiato che con l’autoantologia Il soffiatore di vetro offre al lettore uno sguardo complessivo sulla sua produzione poetica, dal 1983 al 2025. Già da Piani alti (1983) si poteva percepire questo limbico stato di sospensione e inquietudine a cui andava incontro il soggetto: «E senti il vago gelo, le dissonanze / che transitano nelle aule seppellendo / il fuoco vitreo dell’ascesa quando percepisci / la fuga dell’attimo, che non è presente, / tra passato e futuro».
Anche in Il copiatore di foglie (1998) tutto sembrava sul punto di crollare e domande assillanti interrogavano il poeta sulla consistenza delle cose e dell’uomo, sulla sua profonda identità:
Così
conosci l’esistenza dell’uomo che vacilla
dell’attesa nella tenda aperta sulla sponda
ma non il ritorno:
quando esci
per te quel luogo resta vuoto.
Ma di là per loro
tu ci sei stato davvero?
Oppure con il tuo nome
non c’è mai stato nessuno?
Broggiato ci conduce in un tempo «in bilico / di allarmi e preghiere» dove ogni frammento di realtà mostra un grado massimo di incandescenza, che si tratti di una porta spalancata alla visione di un cielo sterminato, di una «voce artefatta» al telefono che penetra il silenzio di una casa o della «luce bassa e segreta» nel pomeriggio di una città del nord. Oppure di una finestra di grattacielo di una città straniera da cui irrompono minacciosi segnali luminosi, urla e voci, o ancora di un taxi lanciato in corsa «nello sciame della città» di Casablanca.
Fili sottili e invisibili sembrano legare insieme la complessa tessitura di questo libro, che più che un’antologia viene a rappresentare un itinerario poetico unitario, un unico percorso letterario scandito da molteplici tappe. E chi scrive, intento a plasmare con il suo soffio vitale – come il soffiatore di vetro – la materia incandescente, sembra guardare costantemente le cose da un vertiginoso punto di osservazione, da una prospettiva dall’alto e dall’esterno:
Viste dall’alto le file simmetriche
dei condomini appaiono come avvolte
dalla foschia.
I cartografi antichi ne rivelerebbero
l’instabile concentrazione di correnti
(tempeste, allagamenti…)
e le inesistenti vie di fuga.
Ma la prospettiva, come accade ad esempio in Sorvoli (2023) può essere facilmente rovesciata e gli orizzonti di senso compenetrarsi:
Stelle inquiete e dalle palpebre stanche
guardano giù, alla temibile primavera
che finge di ascoltare una remota radio
dalla lingua inaccessibile.
Il fiume si aggira stizzito
tra le aride pietre dove non suonano più
le sue acque.
Sulla riva, gli stridi brevi degli uccelli
si rincorrono: l’albero morto non dà riparo.
Noi, nessuno ci aspetta.
Si avvertono nella poesia di Broggiato – come nota Marco Vitale[1] – «improvvise aperture del sogno», «torsioni oniriche» e «figure di un’alterità non conciliabile». Si prenda, ad esempio, Autoritratto in movimento in cui assistiamo a una sorta di enigmatica raffigurazione della propria coscienza, dei suoi dissidi e delle sue interiori contraddizioni:
Tu cammini sotto un cielo ansimante,
sempre estraneo, sempre così vicino
al principio, ma incerto a quale sofferenza
unirti, a quale remota stella appartenere.
Io percorro una strada inquieta,
vertiginosa. Abito ai margini della città
e ne conosco ogni sottile, lucente dolore
che viene inflitto a chi la attraversa
sedotto dall’apparente benevolenza
del suo spietato occhio calmo.
Luzianamente al fuoco della controversia, anche Broggiato attraversa gli enigmi e le inevitabili ferite del nostro tempo accogliendo dietro la lente della poesia gli echi, i segnali e le parole che abitano il mondo: «Sciama, oltre il tergicristallo, / una schiera inquieta di parole. / Io ne sto cercando una, attesa, / necessaria, insostituibile». Con la precisione di un radar pronto a captare ogni minimo movimento: «Il poeta è colui che scrive in una sorta di sovraesposizione dei sensi, quasi sotto una dettatura che gli giunge da un luogo prossimo eppure distante. Scrive seguendo un richiamo che solo lui riesce a distinguere. Una figura che collocherei perciò tra il religioso e il sensitivo»[2].
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- M. Vitale, La parola ferita nella poesia di Tiziano Broggiato, «Insula europea», 25 Ottobre 2025.
- G. Calanna, Intervista al poeta Tiziano Broggiato, «L’EstroVerso», VIII, 3, 2014.

