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«Uomini e no» di Elio Vittorini: una tormentata vicenda editoriale

Uomini e no di Elio Vittorini non è un romanzo “sulla Resistenza”, è il romanzo “della Resistenza”. Scritto tra la primavera e l’autunno del 1944 nell’arco di tempo che l’autore trascorse lontano da Milano dopo essere stato identificato dalla polizia tedesca nel corso della sua attività clandestina, fu pubblicato da Bompiani nel giugno del 1945.

Scrivere Uomini e no è stato avventuroso. […] Andai in casa di amici sopra Varese, e cominciai quasi subito a scrivere il romanzo. Scrivevo tenendomi pronto a bruciare i fogli in caso di una visita della polizia, per non compromettere i miei amici che lavoravano pure nella Resistenza. E ogni sera mettevo in un tubetto da medicinali quanto avevo scritto nel corso della giornata e seppellivo il tubetto nel giardino![1]

Fortunatamente non ci fu mai la necessità di bruciare quelle pagine e il romanzo fu consegnato nelle mani di Valentino Bompiani. È curioso notare come sulla storia editoriale di Uomini e no esistano due differenti versioni fornite dall’autore e dall’editore. Nel 1946, in un’intervista rilasciata alla giornalista inglese Kay Gigttings, Vittorini raccontò che, prima di abbandonare il rifugio a Varese per rientrare a Milano, seppellì le pagine del suo romanzo in più di cento tubetti sottoterra al riparo di una roccia. Ebbe quindi occasione di rileggerlo solo dopo il 25 aprile. L’editore, nel volume Via privata, riferì invece che la consegna del manoscritto avvenne in uno studio legale di Corso Buenos Aires due giorni prima della Liberazione e fornì anche dettagli specifici su quel fatidico incontro. Pubblicare un romanzo “della Resistenza” a distanza di un arco di tempo così esiguo dalla conclusione di quei tragici e complicati eventi rappresentava un’allettante occasione per ottenere un consistente successo di pubblico, ma rendeva altresì necessaria per l’autore la scelta di inserire una nota[2] esplicativa al testo:

Non perché sono, come tutti sanno, un militante comunista si deve credere che questo sia un libro comunista. Cercare in arte il progresso dell’umanità è tutt’altro che lottare per tale progresso sul terreno politico e sociale. In arte non conta la volontà, non conta la coscienza astratta, non contano le persuasioni razionali; tutto è legato al mondo psicologico dell’uomo, e nulla vi si può affermare di nuovo che non sia pure e semplice scoperta umana. La mia appartenenza al Partito Comunista indica dunque quello che io voglio essere, mentre il mio libro può indicare soltanto quello che in effetti io sono. C’è nel mio libro un personaggio che mette al servizio della propria fede la forza della propria disperazione d’uomo. Si può considerarlo un comunista? Lo stesso interrogativo è sospeso nel mio risultato di scrittore. E il lettore giudichi tenendo conto che solo ogni merito, per questo libro, è di me come comunista. Il resto viene dalle mie debolezze d’uomo. Né in proposito posso promettere nulla, come scrittore. “Imparerò meglio” è tutto quello che posso aggiungere come il mio operaio nell’epilogo.

Edizione 1945

Elio Vittorini dichiarò a più riprese che tra i propri scritti il romanzo preferito fosse Conversazioni in Sicilia a discapito di un Uomini e no con cui lo scrittore siciliano ebbe invece un rapporto conflittuale, turbolento, caratterizzato da ripensamenti e ridimensionamenti che lo portarono più volte a intervenire drasticamente sulla struttura testuale anche dopo la prima pubblicazione. Sin dalla prima stesura l’autore concepì il romanzo organizzandolo nella caratteristica divisione in capitoli “narrativi” e in capitoli “riflessivi” (stampati in corsivo) ai quali affidò la dimensione interiore e psicologica dei personaggi. Al momento della pubblicazione, il romanzo, per la scottante e attualissima materia trattata, andò incontro, come d’aspettative, ad un consistente successo di pubblico che infatti portò ad una ristampa già nell’ottobre del 1945. Fu invece la critica a manifestare interrogativi e perplessità. A destare i primi dubbi fu la scelta del titolo. Ci fu chi, sulla scia di una limitata e grossolana banalizzazione, interpretò Uomini e no come una distinzione tra chi è uomo (i partigiani) e chi uomo non è (i fascisti della Repubblica Sociale Italiana)[3]. La lettura del romanzo e soprattutto le riflessioni proposte dall’autore nei capitoli “in corsivo” indagano invece l’articolata complessità della condizione umana in rapporto al “bene” e al “male”:

L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch’era in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo. […] Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo. […] Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo? Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo! Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo. E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo. Che cos’altro può essere? Davvero il lupo? Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dall’uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell’uomo di poterlo fare?

Edizione 1949

Se la seconda edizione dell’ottobre del 1945 può essere piuttosto considerata una ristampa della prima – per giunta identica anche nell’aspetto editoriale (stessa immagine di copertina, stessa nota dell’autore, stesso numero di pagine) – è invece con l’edizione del 1949 che il romanzo subisce una consistente e drastica riduzione. A destare la maggior parte dei dubbi, al di là della errata interpretazione del titolo, era stata anche la scelta di dividere il libro sui due piani: quello della narrazione e quello della riflessione. C’era chi aveva parlato di un uso americaneggiante del corsivo, come se si trattasse di un tic snobistico del Vittorini “americano”[4]. L’autore aveva fallito, secondo il giudizio della critica, proprio in quello che di nuovo aveva voluto apportare: tentare una divisione tra l’azione e la dimensione più intima e sentimentale del protagonista. È per questo motivo che nell’edizione del 1949 Vittorini sceglie di non connotare più i capitoli dalla divisione tipografica e apporta una serie di variazioni strutturali che investono esclusivamente la sezione dei corsivi: vengono eliminati tutti, eccezion fatta per brani CIX-CXII-CXIII-CXIV[5]. Si tratta dei capitoli a cui l’autore aveva affidato la propria riflessione sull’apparente antitesi del titolo non come manichea distinzione tra uomo (il bene) e non-uomo (il male), ma come idea che il male (il fascismo) non possa esistere al di fuori dell’uomo stesso.

Dietro l’edizione del 1949 si cela un curioso aneddoto, una “svista” redazionale. La nuova edizione, ridimensionata nel numero di pagine, si presentava in libreria con una nuova veste: sia la grafica che l’immagine di copertina erano infatti state rimaneggiate. Ci fu però un elemento a rimanere immutato: il testo di presentazione dell’opera posto nell’aletta di sinistra della sovraccoperta. Si tratta di un errore che, se per altre opere sarebbe potuto apparire come un aspetto marginale, nel caso di Uomini e no aveva invece un peso considerevole, visto che in questa sede si parlava proprio dello «stacco» narrativo rimarcato «tipograficamente nel corsivo», che, all’interno dell’edizione del 1949, non risultava più presente.

Un’ulteriore variante, concernente invece il finale, caratterizza l’edizione del 1949. Dopo l’eroico sacrificio del protagonista Enne 2, le ultime pagine del romanzo sono incentrate sulle vicende di un operaio che entra a far parte dei GAP. È come se Vittorini volesse affidare a questo personaggio il compito di concludere al meglio il significato di Uomini e no. L’operaio ha l’occasione di uccidere un soldato tedesco. La scena si svolge in un bar, dove l’operaio fissa il giovane tedesco e non può non notare come dietro il suo sguardo si celi una profonda tristezza; così si chiede: «Che cosa aveva da essere così triste, un tedesco che aveva conquistato?». Improvvisamente l’operaio “spoglia” il suo nemico degli abiti di ufficiale nazista e lo riveste con i panni di quello che poteva essere stato un tempo prima della guerra: un umile lavoratore. Lo vede come un semplice uomo, andando oltre le distinzioni tra partigiani e nazifascisti che la guerra aveva imposto. L’operaio si rivede in quel tedesco e per questo non riesce a compiere il suo dovere di ucciderlo. Quando gli viene chiesto: «Non l’hai fatto fuori?» lui risponde: «Era troppo triste». I compagni gli dimostrano comprensione di fronte alla sua esitazione, eppure, l’operaio sente di dover dare una serie di giustificazioni, concludendo il dialogo con la frase: «Imparerò meglio» che aveva chiuso l’edizione del 1945. Nell’edizione del 1949, inoltre, Vittorini aggiunge: «“Che cosa?” “Essere in gamba.” Orazio rise. “O non è anche questo essere in gamba”» battute che, come ricostruito dal lavoro di Virna Brigatti in Diacronia di un romanzo: Uomini e no di Elio Vittorini (1944-1966), l’autore non scrisse direttamente per quella edizione, ma erano già state pensate nella fase di lavorazione manoscritta del testo del 1944. Beninteso che le varianti non cambiano in nessun modo il finale, si può però dire che tendono a riportare il discorso dell’apprendistato dell’operaio su un piano più esplicitamente morale.

All’edizione del 1949 seguono altre due edizioni Bompiani (1960 e 1962) in cui il testo del romanzo subisce importanti riannessioni come i capitoli LXIII-LXIV-LXV[6]: si tratta dei brani che descrivono la visione fatta da Berta degli innocenti uccisi per rappresaglia. L’immagine di copertina usata per queste due edizioni riprende un dettaglio dell’edizione del 1949, ma viene finalmente corretto, sull’aletta di presentazione, l’errore relativo alla menzione dei capitoli in corsivo.

Edizione 1965

La vera svolta è però rappresentata dall’edizione del 1965: Vittorini sceglie di cambiare editore e si affida a Mondadori. È con questa edizione (l’ultima pubblicata prima della scomparsa dell’autore) che si tende, anche se non completamente, a fare una sorta di ritorno alle origini. Viene recuperata la distinzione tipografica nella divisione dei capitoli, caratteristica che ancora oggi è uno degli elementi peculiari dell’opera, e vengono ristabiliti tutti i capitoli che narrano della storia d’amore tra Enne 2 e Berta. I capitoli che restano definitivamente fuori e che quindi sono unicamente presenti nell’edizione del 1945 sono sette (XL-XLII / LXXXVIII-LXXXIX / CX-CXI)[7] ovvero i “corsivi” in cui Vittorini “parla” come scrittore-spettro interrogandosi sul difficile rapporto tra l’autore e i personaggi da lui creati. Anche il finale ritorna ad essere quello del 1945: la frase «Imparerò meglio» chiude il romanzo senza nessuna ulteriore battuta aggiuntiva.

Il tormentato rapporto di Vittorini con la sua opera Uomini e no culminò con l’ultima edizione (quella degli Oscar del 1965) da lui approvata e rivista. Attraverso questo racconto tra le edizioni pubblicate nel corso del ventennio 1945-1965 si evince come la volontà dell’autore fu, in qualche modo, di provare ad occultare, sotto lo stesso titolo, la travagliata storia testuale del romanzo. Infatti, nelle edizioni che seguono quella del 1945, in nessuna introduzione e in nessuna nota, si fa riferimento alle modifiche e ai tagli che Vittorini apportò di volta in volta tra una edizione e l’altra.

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BIBLIOGRAFIA DI APPROFONDIMENTO:

  • V. Brigatti, Diacronia di un romanzo: Uomini e no di Elio Vittorini (1944-1966), ledizioni, 2016.
  • E. Vittorini, Intervista con la giornalista inglese Kay Gittings [1946], in E. Vittorini, Letteratura arte società. Articoli e interventi 1938-1965, a cura di R. Rodondi, Einaudi, 2008.
  • E. Vittorini, Le opere narrative, a cura di M. Corti, Mondadori, 1996.
  • V. Bompiani, Via privata, Ronzani editore, 2022.
  • E. Vittorini, Uomini e no, Bompiani, 1945.
  • E. Vittorini, Uomini e no, Bompiani, 1949.
  • E. Vittorini, Uomini e no, Mondadori, 1965.

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NOTE:

  1. E. Vittorini, Intervista con la giornalista inglese Kay Gittings [1946], in E. Vittorini, Letteratura arte società. Articoli e interventi 1938-1965, a cura di R. Rodondi, Einaudi, 2008, p. 333.
  2. La nota apposta da Vittorini al romanzo viene inserita solo nell’edizione del giugno 1945 e nella ristampa dell’ottobre 1945. Si tratta infatti di un “chiarimento” particolarmente legato ad avvenimenti contingenti e ad uno specifico clima storico ormai tramontato.
  3. Secondo Vittorini l’inesatta interpretazione data a Uomini e no da una parte della critica fu condizionata dalla scelta del titolo per l’edizione francese Les hommes et leas autres.
  4. Così R. Rodondi in E. Vittorini, Le opere narrative, a cura di M. Corti, Mondadori, 1996, p. 1213.
  5. Questa numerazione dei capitoli corrisponde all’edizione del 1945, nell’edizione del 1949 questi capitoli assumeranno una nuova numerazione: LXXXVIII – LXXXIX – LXXX – XCI.
  6. Numerazione dei capitoli corrispondente all’edizione del 1960 e del 1962 che, nell’edizione del 1945, erano invece: LXXIX – LXXX – LXXXI.
  7. Numerazione dei capitoli rispetto all’edizione del 1945. L’evoluzione nel cambio di numerazione dei capitoli si può facilmente comprendere consultando la tabella presente in E. Vittorini, Le opere narrative, op. cit., p. 1211.