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Un’«universale di lusso»: la prima stagione della «Biblioteca delle Silerchie»

Desidero comunicarle una notizia che mi sta molto a cuore […]. Ho costituito in questi giorni realizzando una mia vecchia aspirazione una casa editrice che si chiamerà il Sagittario, il cui programma sarà abbastanza vasto, e articolato in vari settori […]. Tra l’altro, ho in programma una piccola collana che ospiterà opere di narrativa e di saggistica, nonché testi teatrali e poetici, scelti con criteri di estremo rigore e firmati esclusivamente da autori di primissimo piano[1].

Con queste parole, il 15 marzo 1958, Alberto Mondadori, figlio primogenito di Arnoldo, annunciava a William Faulkner, storico autore della Mondadori, l’intenzione di emanciparsi dalla casa editrice paterna e di lanciarsi in un nuovo progetto editoriale. L’intestazione della lettera era battuta a macchina e indicava «Il Sagittario di Alberto Mondadori Editore». Quando nell’autunno del 1958 vennero pubblicati i primi titoli della nuova casa editrice la scelta del nome ricadde sulla maggiore «suggestione simbolica»[2] data dal termine di galileana derivazione Il Saggiatore, il segno zodiacale del fondatore venne invece richiamato attraverso la scelta del simbolo, emblema della casa editrice.

Alberto nel tentativo di poter finalmente coronare le proprie potenzialità intellettuali chiamò a lavorare al proprio fianco un folto gruppo di professionisti e specialisti del settore, tra i quali Giacomo Debenedetti nel ruolo di direttore letterario, conferendogli ampie responsabilità (quasi un coeditore). A lui il compito di portare a termine il progetto di una collana di saggistica/narrativa che Alberto aveva voluto sin dal principio, ovvero «La Biblioteca delle Silerchie» che nacque infatti insieme alla stessa casa editrice nel 1958.

L’origine del nome si deve a “Via delle Silerchie” una strada di campagna toscana dove sorgeva la famosa villa di Alberto Mondadori, spesso frequentata da intellettuali. Idealmente la collana doveva apparire al lettore come un “richiamo” verso una poetica passeggiata che dalla campagna si inerpica sulle prima balze delle Alpi Apuane per poi diramarsi in un sentiero tra i boschi. Ma non solo, il termine “Silerchie” rivelava una curiosa etimologia da Silercula, il rametto di vetrice con cui si facevano dei bastoncelli magici usati per scacciare le malattie e gli spiriti maligni: «Una Collana dunque, che mette in fuga malanni e malefizi»[3].

I volumetti appartenenti a questa preziosa collana erano facilmente riconoscibili per una veste editoriale colorata e frizzante. I disegni per le copertine – realizzati in gran parte dal pittore Giovanni Balilla Magistri – si caratterizzavano per una combinazione tra forme geometriche, segni astratti e colori a tinte pastello, il tutto accompagnato da un’elegante grafica curata da Anita Klinz. Le note editoriali preposte ai testi, nonostante non fossero firmate, erano quasi sempre di Giacomo Debenedetti e costituiscono ancora oggi un catalogo di concise ma illuminanti schede critiche dei principali autori stranieri e italiani del Novecento.

Per quanto concerne la scelta dei titoli da destinare alla collana vi era una sola costante: nessuna etichetta di genere o di settorializzazione, quanto piuttosto una sterminata varietà che andava dal campo letterario a quello artistico, dal racconto al saggio, dal manuale al diario, dal mondo antico sino al Novecento. Si optò quindi per contenuti brevi che dessero la possibilità di stampare i libricini in cartonato, in un formato agile e di piccole dimensioni. La prima “Silerchia” pubblicata fu Lettera sul matrimonio di Thomas Mann, seguita da Storia di un romanzo di Thomas Wolfe, e poi solo per citare alcuni dei nomi che comparvero successivamente: Giuseppe Raimondi, Giacomo Noventa, Saffo, Alceo, William Faulkner, pagine filosofiche di Kierkegaard, di Karl Jasper o pagine d’arte di Massimo Pallottino, Herbert Kuhn e altri. Una collana che si impose sul mercato con una caratterizzazione specifica: un’«universale di lusso» da collezionare in tutti i suoi sfavillanti volumetti colorati.

Nel 1962 il numero progressivo indicato sul dorso delle Silerchie arrivava già a contare novantatré titoli, ma con l’anno successivo si giunse ad un graduale rallentamento (solo sei volumi pubblicati nel corso dell’anno), mentre il 1964 vide la comparsa del solo numero 100. Nel dicembre 1965, per pubblicare Gli orecchini di Montale di D’Arco Silvio Avalle, Debenedetti scrisse al critico: «aggiungeremo un numero alla “Biblioteche delle Silerchie”, che consideravamo, per ora, conclusa»; il saggio infatti uscì con la numerazione romana «CI».

Questo rallentamento progressivo, che portò ad un totale arresto delle pubblicazioni della prima stagione della «Biblioteca delle Silerchie», fu probabilmente dovuto ad una crisi del sodalizio Debenedetti-Mondadori per dissensi sulla conduzione della collana. Nel 1967, poco prima della sua morte, Debenedetti si distaccò dal Saggiatore, sancendo così la conclusione del primo tempo delle Silerchie.

Negli anni successivi della storia del Saggiatore le Silerchie sono ritornate in più forme. Da ultimo nel 1993 con la rifondazione della casa editrice voluta da Luca Formenton – che auspicava ad un richiamo programmatico alla miglior tradizione della Casa – si realizzò una vera e propria ripresa di varie “antiche” collane, e tra queste non poteva mancare la fortunata «Biblioteca delle Silerchie» che ritornò in chiave prevalentemente saggistica.

Un cospicuo numero di libretti della prima iconica stagione della «Biblioteca delle Silerchie» è stato recentemente rinvenuto tra i volumi appartenuti al critico e scrittore Giovanni Titta Rosa, figura di spicco nel panorama letterario del Novecento italiano.

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BIBLIOGRAFIA DI APPROFONDIMENTO:

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NOTE:

  1. Storia del Saggiatore 1958-2016, Saggiatore, Milano, 2016, p. 11.
  2. Ivi, p. 14.
  3. Ivi, p. 26.