Le sirene di Maria Corti
Non a ogni esistenza è dato conoscere l’incanto. Vi sono vite che si consumano nell’insignificanza e altre nelle quali, con la forza oscura di un’epifania, si insinua un’inquietudine sottile: il presentimento che, oltre ciò che gli occhi vedono e la ragione conosce, si celi un mistero di cui già si avverte l’attrazione, senza ancora poterne intuire la natura. È la seduzione di una bellezza senza volto, l’eco di un altrove che si sottrae alle geografie del familiare e tuttavia, da una lontananza imprecisata, continua a richiamare a sé. Nulla se ne conosce, e già lo si desidera, come se nell’ignoto dimorasse la promessa di una pienezza mai posseduta, di cui soltanto allora si scopre la mancanza. È l’Altro, nella sua arcana estraneità, a destare questa nostalgia senza memoria, a suscitare la vertigine di ciò che ancora non ha nome. E a quel richiamo l’uomo si abbandona, docile a una malia in cui la promessa di rivelazione si confonde con il presagio della perdizione.
A questa seduzione l’immaginazione mitica ha dato, fin dall’antichità, la forma di una voce. Una voce che sembra custodire, nella dolcezza delle sue modulazioni, il segreto di un sapere negato ai mortali. È il canto delle sirene. Creature di ambigua natura, sospese fra l’umano e il ferino, di secolo in secolo mutano sembianze: ora donne-uccello, ora fanciulle flessuose dalla coda di pesce, ora persino «demoni invisibili»[1]. Popolano testi e raffigurazioni, sopravvivono negli antichi canti popolari. Eppure, nell’avvicendarsi delle forme, qualcosa resta immutato: il desiderio di quel canto, forse immortale quanto le sirene stesse. È a questa millenaria fascinazione che Maria Corti dedica Il canto delle sirene (1989).

Chi ne conosca il rigore filologico potrebbe attendersi un saggio; chi ne abbia frequentato l’opera narrativa, un romanzo. Ma il libro elude una simile alternativa, lasciando che l’esattezza dell’indagine e la libertà dell’invenzione si accordino in una scrittura che pare aver mutuato dalle creature evocate qualcosa della loro natura composita.
Di questa duplice vocazione serba traccia la stessa successione dei capitoli. Cronaca di antiche seduzioni si addentra nella remota genealogia del mito: i luoghi degli incanti, i modi dell’adescamento, il lento mutare delle sembianze sireniche nella tradizione figurativa. Una paziente ricognizione erudita. Ma le sirene non appartengono soltanto alle testimonianze del passato: possono ancora insidiare altre esistenze, sospingerle alla rovina. Ne Il silenzio della sirena, l’indagine lascia così spazio all’invenzione, alla tragica vicenda di Basilio, che un’«ansia» inestinguibile di «creare bellezza» trascina verso la morte fra i flutti[2]. Con Nel mare delle scritture perdute, l’interrogazione delle fonti riprende invece il suo corso: un viaggio attraverso le metamorfosi letterarie delle mitiche incantatrici, nelle cui diverse rappresentazioni si riflettono, di epoca in epoca, i desideri e le inquietudini degli uomini. Ma altri destini attendono di farsi racconto: quello di un pescatore norvegese che, in Dal fondo dello specchio, soggiace all’incanto di un’algida sirena; quello di Celestina, medievalista che, ne La sconosciuta, sente insinuarsi fra le certezze del sapere accademico un inatteso bisogno d’immaginazione. L’ultimo capitolo, Il balletto dell’insignificanza, volge infine l’interrogazione al presente: può l’antico sortilegio esercitare ancora il proprio potere su un mondo che sembra aver smarrito la disposizione all’incanto?
Né il principio della mescolanza si esaurisce nell’alternanza fra i generi. Investe più intimamente la scrittura, in quel contrasto «tra contesti storici e relativi stili» che Cesare Segre rileva nella prefazione all’opera[3]. Una predilezione che attraversa l’intera esperienza letteraria di Corti, se è la scrittrice stessa a dichiarare, conversando con Cristina Nesi: «Io amo le alternanze di tipi di comunicazione, di aspetti epocali del discorso, insomma di registri. Già nell’Ora di tutti c’erano cinque voci narranti. E nel Ballo dei sapienti c’è lo stile dei personaggi colti a sfondo umanistico e il linguaggio quasi gergale degli studenti»[4].

Di quella conversazione, poi raccolta in volume, le collezioni dell’Università Cattolica custodiscono un esemplare impreziosito da una dedica autografa di Maria Corti ad Aldo De Martino. Così, ne Il canto delle sirene, la lingua classica del mito cede il passo, di volta in volta, alle inflessioni medievali, alle cadenze ottocentesche, alle movenze della fiaba, fino a incontrare i registri della contemporaneità. Il tutto animato da frequenti aperture al colloquiale e da una sottile vena d’ironia. Ma è soprattutto un’intuizione a ricondurre tanta varietà a un disegno unitario: lasciare che siano le sirene stesse a prendere la parola. Nei dialoghi che si insinuano fra un capitolo e l’altro, le antiche incantatrici cessano di essere soltanto oggetto delle storie per farsi, a loro volta, affabulatrici. Sono le loro voci a riannodare i fili delle diverse narrazioni, imprimendo all’opera quella «forza centripeta» che Corti, dopo la stesura dei primi tre racconti, ancora faticava a trovare[5]. E poi il gioco delle rispondenze, i richiami sotterranei, «il dominio della specularità e della mise en abyme», il dialogo incessante con gli autori del passato e del presente[6]. Personaggi, immagini, situazioni, persino parole ritornano da un capitolo all’altro, in un intreccio di echi e variazioni che sembra obbedire a una segreta partitura. Quasi che il libro stesso avesse un suo canto, una melodia capace di trattenere il lettore nella malia delle proprie modulazioni. Non senza pericolo. «Anche nell’oceano della lingua», osserva l’autrice raccontando la vicenda di Celestina, «le sirene hanno natura sinistra»[7]: abbandonarsi alla seduzione della scrittura significa allora avventurarsi in acque sconosciute, senza alcuna promessa di approdo. E il naufragio è sempre possibile.
Ma Maria Corti ha saputo attraversare quel mare, accompagnando alla curiositas della studiosa l’inquietudine creatrice della narratrice, quasi a riunire nella propria scrittura i due impulsi di conoscenza e d’invenzione che le sirene stesse incarnano. E al lettore non resta che lasciarsi sedurre, smarrirsi fra le pagine, abbandonarsi alla sua voce, «proprio come succede in amore»[8].
di Maria Quaglione
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- M. Corti, Il canto delle sirene, Milano, Bompiani, 1989, p. 183.
- C. Segre, Prefazione, in M. Corti, Il canto delle sirene, Bompiani 1999, p. X.
- Ivi, p. XII.
- M. Corti, Dialogo in pubblico. Intervista di Cristina Nesi, Milano, Rizzoli, 1995, p. 190.
- Ivi, p. 185.
- C. Segre, Prefazione, in M. Corti, cit., p. VIII.
- M. Corti, Il canto delle sirene, cit., p. 167.
- Ivi, p. 40.

