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«Il Gattopardo»: un caso editoriale senza tempo

La prima e l’ultima volta che vidi Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa, fu nell’estate del 1954, in occasione di un convegno letterario […] Passarono quasi cinque anni senza che sapessi più nulla del principe di Lampedusa. Fintantoché la primavera scorsa, avendo sentito dire che stavo preparando una collana di libri, una cara amica napoletana, che vive a Roma, non ebbe la buona idea di telefonarmi. Aveva qualcosa per me – mi disse –: un romanzo. Glielo aveva mandato qualche tempo prima, dalla Sicilia, un suo conoscente. L’aveva letto, le era sembrato molto interessante; e dato, appunto, che aveva udito della mia attività editoriale, sarebbe stata ben lieta di metterlo a mia disposizione[1].

Queste le parole di Giorgio Bassani nella prefazione a Il Gattopardo (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. L’occasione in cui i due si incontrarono per la prima volta fu un convegno poetico a San Pellegrino Terme, dove l’aristocratico siciliano accompagnò il cugino: il poeta Lucio Piccolo. Poco dopo, sul finire del 1954 Tomasi iniziò la stesura del Gattopardo: «intendeva fare un romanzo storico, ambientato in Sicilia all’epoca dello sbarco di Garibaldi a Marsala, e imperniato sulla figura del bisnonno paterno, Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, astronomo[2]». La scrittura dell’opera terminò nel 1957, lo stesso anno, il 23 luglio, Giuseppe Tomasi di Lampedusa morì.

Già nella primavera del 1956 la prima parte del romanzo non ancora ultimato fu inviata alla casa editrice Mondadori con una lettera di accompagnamento scritta dal cugino di Tomasi, Lucio Piccolo.

È nota la storia del celebre “doppio rifiuto” di Elio Vittorini: sia come consulente Mondadori, sia nel 1957 come direttore della collana einaudiana “i Gettoni”. In realtà, Gian Carlo Ferretti, nella sua opera La lunga corsa del Gattopardo, ha ricostruito la storia editoriale del romanzo e ha dimostrato come Vittorini, in qualità di consulente per Mondadori, colse il valore del romanzo, ritenendolo «pregevole e commercialmente valido»[3], anche se riteneva che fosse necessaria una revisione dell’opera da parte dell’autore. I dirigenti mondadoriani tuttavia non ascoltarono il parere di Vittorini e il romanzo non venne accolto. Le ragioni che invece l’anno seguente portarono Vittorini a non voler pubblicare Il Gattopardo all’interno dei Gettoni di Einaudi sono da ricercare nel fatto che l’opera, troppo tradizionale, non rispondesse all’impostazione sperimentale della collana.

Come raccontato da Giorgio Bassani, Il Gattopardo fu poi intercettato per la stampa da Feltrinelli per il tramite di Elena Croce, figlia di Benedetto Croce – l’amica napoletana sopracitata – che a sua volta aveva ricevuto una copia dattiloscritta del romanzo da un suo conoscente. Bassani, il quale fece leggere l’opera anche a Mario Soldati, ne riconobbe immediatamente il valore, telefonò dunque a Palermo per avere qualche notizia in più su chi ne fosse l’autore.

Seppi così che autore del romanzo era Giuseppe Tomasi […] Andai dunque a Palermo […] fu un viaggio assai proficuo, nonostante tutto: perché il manoscritto originale del romanzo – un grosso quaderno a righe, riempito quasi per intero dalla piccola calligrafia dell’autore – si rivelò, all’esame, assai più completo e corretto della copia dattilografica che già conoscevo. […] Ciò che tuttavia a me preme, ora, è di richiamare l’attenzione soprattutto sull’unico libro, compiuto in ogni sua parte, che egli ci ha lasciato. Ampiezza di visione storica unita a un’acutissima percezione della realtà sociale e politica dell’Italia contemporanea, dell’Italia di adesso; delizioso senso dell’umorismo; autentica forza lirica; perfetta sempre, a tratti incantevole, realizzazione espressiva: tutto ciò a mio avviso, fa di questo romanzo un’opera di eccezione. Una di quelle opere, appunto, a cui si lavora o ci si prepara per tutta una vita[4].

La pubblicazione del romanzo era prevista per la fine del 1958. Un aneddoto narra che le bozze del libro finirono prima della stampa tra le mani di Carlo Bo, per un errore della segreteria che avrebbe dovuto inviarle a Giuseppe Del Bo, stretto collaboratore di Giangiacomo Feltrinelli. Il noto criticò restò entusiasta dalla lettura dell’opera e pubblicò una recensione molto positiva intitolata La zampata del Gattopardo sulla “Stampa”. Il Gattopardo aveva quindi ricevuto un’ottima presentazione critica ancora prima di essere pubblicato, e la casa editrice dovette quindi affrettarsi nella stampa. Una volta in libreria l’opera ottenne un grande successo di pubblico, tant’è che nel dicembre del 1958 fu già ristampata in una terza edizione e nel 1959 ricevette il premio Strega.

La Biblioteca della sede di Milano dell’Università Cattolica possiede una delle primissime edizioni, in particolare quella del dicembre 1958, contenente la prefazione firmata da Giorgio Bassani.

Visto il successo del romanzo, divenuto un best-seller, furono sin da subito in tanti a volersi accaparrare i diritti dell’opera. Ci riuscì il produttore Goffredo Lombardo, che inizialmente affidò la regia a Mario Soldati e poi a Ettore Giannini, ma con entrambi nacquero delle divergenze. La trasposizione cinematografica venne quindi firmata da Luchino Visconti. L’opera – con protagonisti Burt Lancaster nei panni di don Fabrizio Corbera, Alain Delon nei panni di Tancredi e Claudia Cardinale nei panni di Angelica – fu un grande successo e si aggiudicò la Palma d’Oro al festival di Cannes del 1963. A distanza di circa settant’anni dalla sua ideazione per mano di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo è ritornato in scena in una nuova serie televisiva, disponibile dal marzo 2025.

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  1. G. Bassani, prefazione a Il Gattopardo, Feltrinelli, 1963, pp. 5-6.
  2. Ivi, p. 7.
  3. R. Cicala, I meccanismi dell’editoria, Il Mulino, 2021, p. 109.
  4. G. Bassani, prefazione a Il Gattopardo, cit., pp. 6-7.