logo matrice logo matrice
    Home
  • >
  • Percorsi
  • >
  • Da «I fatti della fera» a «Horcynus Orca»: una complicata storia editoriale del Novecento

Da «I fatti della fera» a «Horcynus Orca»: una complicata storia editoriale del Novecento

Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo non è, come potrebbe sembrare, il titolo di un trattato scientifico sul mammifero più elegante e pericoloso del Mediterraneo, bensì uno dei romanzi con la storia editoriale tra le più lunghe e frastagliate dell’intero Novecento.

Era l’estate del 1956 quando il romanziere siciliano, insieme con la moglie Jutta Brutto, si ritrovarono a trascorrere alcuni mesi di villeggiatura nella casa del pittore Renato Guttuso sullo stretto di Messina. Qui D’Arrigo, tra una passeggiata e l’altra, andò a imbattersi nei racconti dei pescatori del luogo esasperati dalla cattiveria di una belva marina: un delfino, animale intelligente e malizioso, che si accaniva sulle reti per liberare i pesci. Da questi incontri nacque l’idea di scrivere un romanzo dalla trama vagamente omerica: il racconto del viaggio di ritorno dal marinaio ‘Ndrja Cambrìa lungo le coste calabresi per raggiungere il paese di Cariddi nell’autunno del 1943. Pochi cenni della trama di un romanzo per il quale «qualsiasi esemplificazione riassuntiva appare però totalmente inadeguata alla sconfinata architettura dell’opera, che fin dalle battute dell’inizio introduce in una dimensione eccezionale, fuori dagli schemi e dalle abitudini narrative del nostro tempo».

(Trama del romanzo inserita nel foglietto editoriale informativo inserito nel volume)

D’Arrigo cominciò la stesura dell’opera nei mesi immediatamente successivi all’estate del 1956, amava lasciarsi andare alla scrittura su quaderni manoscritti utilizzando una lingua con forti inclinazioni dialettali siciliane. Nel 1958 decise che era giunto il momento di inviare alcune pagine del suo romanzo in fase di lavorazione alla giuria di un premio letterario, tra i cui membri figuravano anche Elio Vittorini e Vittorio Sereni – a quel tempo entrambi impiegati presso l’Arnoldo Mondadori Editore – che, con il loro fiuto, si resero immediatamente conto della portata e della potenzialità di quei racconti. Proposero quindi la pubblicazione dell’intero romanzo al capo Mondadori in persona, il quale accettò.

Iniziò da quel momento in poi una lunga storia di ritardi e rinvii nella consegna dell’opera da parte di D’Arrigo. Si ipotizza che uno dei motivi principali fosse il lavoro di revisione linguistico: “ripulire” una lingua intrisa fortemente di vernacoli siciliani e termini inventati. Due anni dopo, nel 1960, un ostinato Elio Vittorini riuscì a “estorcere” con la forza una prima parte del romanzo a D’Arrigo, la quale venne poi pubblicata sulla rivista Menabò con il titolo I giorni della fera. La risposta di D’Arrigo fu lapidaria e concisa, con un telegramma commentò così l’accaduto: «merda». Si arrivò dunque al 1961, data in cui d’Arrigo pensava di aver finalmente finito l’opera, quando un ulteriore nuovo ostacolo si frappose tra lui e la consegna del manoscritto all’editore: una lunghissima ed estenuante correzione di bozze che, per i capricci di D’Arrigo, si protrasse per quasi quindici anni.

In questi anni di ritardi e correzioni il numero di pagine del romanzo aumentò quasi a divenire il doppio. Questa lunga e tortuosa storia redazionale terminò l’8 settembre 1974, nel fatidico anniversario dell’armistizio di Cassibile che nel romanzo sanciva l’inizio degli avvenimenti. Era quindi necessario un lancio di Horcynus Orca che fosse degno di cotanta attesa. L’uscita nelle librerie, prevista per il febbraio 1975, fu anticipata dalla consegna a ciascun libraio coinvolto, di una copia del romanzo con dedica autografa dell’autore. Una delle numerosissime copie autografate da D’Arrigo è giunta fino a noi e figura oggi tra i libri rari e preziosi della collezione della Biblioteca della sede di Milano dell’Università Cattolica: «a Sergio e Lilly Polillo, mio poetico, indimenticabile Sergio, amatore con me, come me delle splendide autunnali foglie degli Altipiani d’Arcinazzo, non so dirti quanto, Sergio, dopo le tue prime incantat’incantevoli impressioni di lettore, non so dirti quanto, dico, mi desideri sapere se l’Horcynus Orca ti è piaciuto tutto in tutto, a te e tutt’una con te, alla tua Lilly. Il vostro Stefano e con lui la sua Jutta».

Nel 1975 Sergio Polillo era un impiegato della Mondadori (vi era entrato nel 1949 come segretario di Arnoldo Mondadori): nel corso di una luminosa carriera segnata dagli incontri con i più grandi intellettuali del Novecento, arriverà nel 1987 a ricoprire la carica di presidente della casa editrice.

Nel 2000 Rizzoli ha pubblicato I fatti della fera, la “dimezzata” stesura dell’Horcynus Orca, ovvero il romanzo su cui D’Arrigo operò un’infinita “correzione delle bozze” protrattasi per quindici anni. Le due opere sono sostanzialmente sovrapponibili come trama, ci sono però alcune differenze, molte aggiunte e digressioni: ciò che però colpisce è l’aumento notevole del numero delle pagine – da circa 600 ad oltre 1200 – che fanno dell’Horcynus Orca il romanzo più lungo della letteratura italiana del Novecento.

La casa editrice Rizzoli, sulla scia di quest’operazione di riscoperta dell’opera di Stefano D’Arrigo, ha pubblicato nel 2024 Il compratore di anime morte – spassoso viaggio tra la Napoli e la Sicilia di metà Ottocento – romanzo inedito rimasto nascosto tra le carte del Gabinetto Vieusseux di Firenze, istituzione culturale alla quale Jutta Brutto ha donato le carte d’archivio di D’Arrigo.