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«A Vincenzo, con affetto»: l’eloquenza delle dediche nella biblioteca di Vincenzo Accame

Si potrebbe sostenere, e non a torto, che per comprendere pienamente un uomo nell’animo sia necessario sfogliarne la biblioteca. Le potenzialità conoscitive, a pensarci, sono virtualmente infinite, basterebbe saper cogliere le informazioni giuste dagli indizi a disposizione: ex libris, note fitte, pagine intonse, macchie di umidità, cibo o lacrime persino, pieghe agli angoli delle pagine, sottolineature. Ogni segno, o persino la sua assenza, narra una storia. Ce n’è però uno che è di gran lunga il più eloquente: la dedica – non più di qualche riga di testo manoscritto e una firma – nel porsi in posizione incipitaria, tra l’occhiello e il frontespizio, sembra proprio voler dire di non trascurarla e, anzi, di leggere l’intero libro pienamente consapevoli della sua presenza.

Tra gli ultimi documenti dello scrittore Vincenzo Accame pervenuti alla Biblioteca di Milano dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, adesso conservati all’interno dell’omonimo Fondo, ci sono anche una quindicina di libri, la cui preziosità non è da ricercare nella fattura rara o nella tiratura limitata, bensì proprio nelle dediche apposte e in ciò che dicono del loro illustre possessore.

Un’amicizia antica e duratura, nutrita da costanti e reciproci arricchimenti sullo sfondo di una condivisa visione artistico-letteraria, è documentata dalla dedica scritta «con un caro ricordo» da Luciano Anceschi nell’occhiello di una copia de Gli specchi della poesia regalata ad Accame: l’amicizia tra i due nacque tra i banchi di scuola del Liceo Vittorio Veneto di Milano, quando il professore Anceschi riconobbe in nuce il talento del giovane studente[1]. Un sodalizio che oltrepassa gli anni Cinquanta e si concretizza in progetti comuni, da scovare tra le pagine de “Il Verri” e di “Malebolge”, negli incontri con l’editore Mursia e con i colleghi critici e scrittori.

Ad unirsi in matrimonio non sono solo Vincenzo Accame ed Adelanna Crippa, ma anche le loro biblioteche private, e se di questa unione, per chissà quale caso, non fosse rimasta traccia altrove, le dediche avrebbero parlato chiaro: due libri ne conservano di accoratissime da parte di Bruno Munari «all’Adelanna» – anche questi ultimi si erano conosciuti tra i banchi di scuola –, la prima apposta ad Arte come mestiere con un ringraziamento per la «preziosa collaborazione», la seconda a Nella nebbia di Milano, un dono dedicato alla Crippa «quando era bambina (e anche adesso) dal suo amico di infanzia».

Ad Accame, «illustre cultore di luci verdi», Enrico Baj dedica una copia de I grandi quadri, catalogo della personale tenutasi tra il maggio e il giugno del 1982 nell’Arengario del Palazzo della Ragione di Mantova. Il riferimento è indubbiamente alla devozione dei due scrittori a un credo ben preciso, la patafisica: è infatti dell’anno successivo il volume Jarry e la patafisica: arte, letteratura, spettacolo al quale Baj e Accame hanno collaborato in veste di curatori[2].

La «prima copia» di Patafisica: la scienza delle soluzioni immaginarie è dedicata «nel nome di Faustroll» – immaginario dottore dai baffi verdi, mitico teorizzatore dei principi patafisici – ad Accame, definito da Baj «curatore», «antologista», «revisore» dell’opera. Anche questa, come la precedente, è accompagnata da disegni, spirali per l’esattezza, in penna verde: «se imparerai», scrive Baj nell’introduzione, «a percorrere le infinite volute della spirale, che dritto dritto conducono all’ombelico del mondo, allora sarai interamente patafisico: patafisicamente cosciente della tua natura e della tua luminosa essenza, risplendente di luce verde»[3].

Affinità di ricerca poetico-visuale si leggono tra le righe dalla dedica lasciata da Emilio Isgrò nel secondo foglio di guardia della copia di Marta de Rogatiis Johnson regalata ad Accame «con vecchia stima e amicizia». Ancora più robusto il legame con gli studi del critico e scrittore Guido Ballo: quest’ultimo lascia ad Accame una dedica sul suo Spartito Lessicale, denotandolo come un «poeta visivo, aperto anche alla parola-segno». Infatti è solo dell’anno successivo il dialogo tra i due posto in apertura dell’accamiana Histoire d’A, nel quale Ballo elogia il valore poetico «vero» della produzione di Accame, in grado di superare «i limiti del gusto, dell’abilità, dell’intenzione»; giungendo a «risultati di purezza fantastica»[4].

Infine, una vivida traccia della collaborazione con Bompiani la registra Un Weekend postmoderno: cronache dagli anni Ottanta di Pier Vittorio Tondelli, il quale nell’occhiello ringrazia cordialmente Accame «per le “alucce”». Nella prima delle «alucce», Accame si interroga sul «senso sottile di una scrittura postmoderna», concludendo che essa non può che essere «fatta di frammenti, di intuizioni, di illuminazioni»[5]: come non cogliere in questa lettura anche l’essenza della stessa pratica scrittoria accamiana, concrezione visuale di illuminations rimbaudiane?

Non più di alcune righe, eppure ogni dedica enuclea simbolicamente le sfere fondamentali della vita di un uomo straordinario, dalle amicizie più antiche, agli amori viscerali, dagli interessi di ricerca al lavoro editoriale. Allora forse, per comprendere pienamente un uomo nell’animo, non è davvero necessario sfogliare una biblioteca intera: basteranno le prime pagine.

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  1. Una conferma di ciò si trova nella prima lettera conservata nel Fondo Accame, spedita da Anceschi nel dicembre del 1962: il critico non solo si rivolge al poeta chiamandolo «antico scolaro», ma manifesta in più momenti – «mi è caro scriverle», «abbracciare… di cuore» – un particolare legame affettivo.
  2. Per quanto scriva che «Jarry ha sempre goduto di cultori discreti e appartati, costretti ad agire nell’ombra» (Ivi, p. 30), Accame di certo ha sempre agito in pieno sole, pubblicando in traduzione italiana tra gli anni ’60 e ’90 sei opere del geniale formulatore della «scienza delle soluzioni immaginarie» ed è stato autore di diversi contributi saggistici di fondamentale importanza per la fortuna critica dello scrittore francese in Italia, tra cui quello citato a testo. Tra le monografie, si ricorda in particolare A. Jarry, Poesie, a cura di V. Accame, Guanda, 1978: Accame infatti fu uno dei pochi a dedicarsi alla poesia di Jarry, spesso messa da parte a favore della più famosa produzione teatrale.
  3. E. Baj, Patafisica: la scienza delle soluzioni immaginarie, Bompiani, 1982, p. 8.
  4. Histoire d’A e altre storie è il catalogo della personale tenutasi presso lo Studio Rotelli (Finale Ligure) nel 1978, nella quale Accame espose 12 tavole concepite come parti di un unico «romanzo meta(auto-bio)grafico».
  5. P. V. Tondelli, Un Weekend postmoderno: cronache dagli anni Ottanta, Bompiani, 1990, p. 30.