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«Racconto antico» di Wisława Szymborska

26 Marzo 2025

Tra le certezze più radicate in Wisława Szymborska (1923-2012), poetessa polacca premiata con il Nobel per la letteratura nel 1996, c’era la convinzione che il cestino della carta straccia fosse l’accessorio più utile per ogni poeta. Una affermazione che, nella sua semplicità, appare come una netta dichiarazione di poetica perseguita con regolare e diremmo metodica convinzione lungo tutta la vita. Szymborska è infatti stata autrice attenta e selettiva, mai legata al culto dei propri “scartafacci”: per questo motivo assai pochi sono i testi ancora inediti, salvati nella gran parte dei casi dal marito Adam Wlodek, almeno per ciò che riguarda le scritture giovanili.

Adelphi, dopo aver mandato in stampa qualche anno fa la Canzone nera – mai pubblicata in vita dalla poetessa anche se il testo era già pronto alla fine degli anni Quaranta – porta oggi in libreria Racconto antico e altre poesie disperse per le cure di Andrea Ceccherelli, ordinario di Slavistica all’Università di Bologna che ha proposto oltre alla traduzione dei testi anche una chiara nota conclusiva. L’importanza di questa edizione non sta solamente nel fatto di mettere in circolazione testi finora non noti della celebre poetessa polacca, ma anche nel fatto che si tratta di poesie disperse ed edite in volume per la prima volta in Europa.

Queste liriche hanno, intanto, un primo pregio: quello cioè di gettare una luce sul modo di lavorare della poetessa. Ceccherelli pone l’accento sul riuso di questi testi o di loro parti all’interno del corpus poetico principale, ai lettori italiani noto con il titolo La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), sempre pubblicato da Adelphi: «si va dalla comunanza di motivi e immagini, alla ripresa di interi versi e strofe, fino alla vera e propria riscrittura» (p. 126). Il motivo è, dunque, importante e tuttavia rischierebbe di far apparire questi testi come parvenze utili all’elaborazione interna, in qualche modo “servili” rispetto all’opera più ampia. Non è così, perché questa breve raccolta tocca elementi cardine della polifonica tastiera della poesia szymborskiana. Il carattere giocoso, per esempio, caratterizza ampie zone di questi testi come dell’intera opera della poetessa, sempre segnata dal tocco sottile e sagace dell’ironia, vibrata qui fino alle note più acute del gioco, di cui è segnale l’occorrenza della rima (gustosamente “rifatta” in traduzione da Ceccherelli).

Ancora, è presente con una certa insistenza il tema politico, dalla fase ideologica iniziale fino alla posizione critica degli anni a venire, così come l’attenzione mai sopita alla realtà contemporanea. Non è un caso che uno dei testi cronologicamente più vicini a noi sia rappresentato da una poesia appuntata sul taccuino vergato probabilmente nel 2011, e perciò poco prima di morire, riguardante la prima crisi siriana: una riflessione sulle migliaia di profughi cacciati dalla loro terra e costretti a vivere un esilio forzato «in un paese di lingua diversa». Vi sono poi i testi più “classici” della Szymborska, quelli cioè che forse, più degli altri, l’hanno fatta amare dai lettori di tutto il mondo e che ruotano attorno all’esistenza umana, compenetrandola con acutezza, intelligenza e ironia, spesso prendendo spunto da elementi minimi, quali un fiore, un bicchiere, un bottone, come in Se mai:

Se mai le cose potessero parlare –
ma se parlassero potrebbero anche mentire.
Soprattutto quelle ordinarie e poco apprezzate,
per attirare finalmente l’attenzione.
Mi spaventa l’idea
di cosa mi direbbe il tuo bottone caduto,
a te la mia chiave di casa,
vecchia mitomane

Segno, anche questo, di come la poesia di Szymborska non fugga dalla realtà, ma la reinterpreti, cogliendo all’interno di cose frugali e ordinarie un elemento di senso compiuto, uno squarcio che si apre verso la coscienza, un’occasione di rielaborazione mai sopita della realtà e del nostro tempo.