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«Ogni cosa qui era illuminata dalla calma e dalla gioia»: Gerusalemme nelle lettere di Jovan Dučić

24 Febbraio 2026
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Da alcuni giorni percorro queste strade polverose, sulle quali camminavano gli apostoli evangelisti. Nelle valli attingo a mano piena l’acqua dalle stesse sorgenti da cui bevevano i profeti biblici e i santi del Nuovo Testamento. Tra gli ulivi, bianchi come greggi di pecore, [sbucano] piccoli borghi che portano ancora i loro nomi dai tempi di Salomone. Sono case quadrate e senza tetto, che sembrano essere sprofondate nell’erba, e in cui Cristo potrebbe avere trascorso la notte, tempo fa… […] Ogni cosa qui era illuminata dalla calma e dalla gioia, sia l’erbetta che un ciottolino, sia una collina sotto il cielo che l’ombra bruciante sotto un albero[1].

Chi ha vissuto il fascino di un pellegrinaggio in Terra Santa sulle orme di Gesù e dei primi apostoli non potrà non trovare intime corrispondenze e profonde risonanze in questa descrizione dei luoghi santi da parte di un singolare viaggiatore: il poeta, scrittore e diplomatico serbo Jovan Dučić (1871-1943) che nella sua Lettera dalla Palestina risalente agli anni Trenta del Novecento compie un viaggio – spirituale e poetico insieme – lì dove ogni cosa è intessuta della «personalità radiosa di Cristo» ed è come se «l’aria e l’acqua fossero ancora piene delle sue parole, dette ai pescatori di Cafarnao»[2].

La Lettera da Gerusalemme, quinto di una serie di dieci volumi che vedranno la pubblicazione delle varie lettere[3] dello scrittore serbo, è affidata alle cure di Sandra Dučić in collaborazione con monsignor Franco Buzzi e permette, attraverso la traduzione italiana con testo originale a fronte, un ampio saggio introduttivo e un ricco apparato di note, di esplorare la vastità del pensiero e degli orizzonti culturali di Dučić, appassionato conoscitore delle letterature classiche ed europee e animato da una profonda fede: «Per fortuna ci saranno sempre sulla terra la poesia e l’amore, a partire dai quali ha preso forma anche la fede. Così potremo sempre credere che in mani sante l’acqua diventa vino e la pietra diventa pane»[4]. Il viaggio di Dučić, in esilio dalla sua patria come Dante e homo viator per i sentieri della Terra Santa, ha come guide e fari luminosi i re santi della chiesa ortodossa serba, la gloriosa dinastia medievale di Stefano Nemanja e del figlio Rastko, ritiratisi a vita monastica e poi venerati come santi con il nome di San Simeone e San Sava: quei Nemanja che popolarono di chiese affrescate il suolo serbo e spesero «tutte le loro “torri di spiccioli e di ducati” per adornare la gloria dell’eroe e per esaltare il martire insieme al Golgota»[5].

Con addosso tutta l’eredità del suo popolo di santi sovrani e di principi guerrieri che combatterono per il cristianesimo le più aspre e sanguinose battaglie dei Balcani, il poeta Dučić cammina per le strade di quella Gerusalemme «distrutta e insanguinata» più «di tutte le città della terra»[6] dove possono però ancora miracolosamente aprirsi, in una brezza silenziosa, spiragli luminosi: «Alcuni nudi pendii rocciosi brillano ancora al sole primaverile; questi sono quelli su cui il Maestro sedeva regolarmente a parlare ai discepoli. Poi, tra alloro, rosmarino, ulivi e sicomori, alcuni vialetti si colorano di bianco. Tre o quattro cipressi proiettano qui ombre blu e ampie, come interi pezzi di cielo»[7]. Il poeta guarda un giovane ebreo dalla barba rossa e gli occhi azzurri piangere a dirotto davanti al Muro del pianto, si ferma al palazzo di Pilato e percorre la via dolorosa di Gerusalemme calcando le orme di Gesù fino al Golgota nella Basilica del Santo Sepolcro, dove medita estasiato sul più grande mistero di morte e resurrezione dell’universo: «chi varca la sua soglia è penetrato come da una lancia dalla sensazione di trovarsi sotto il tetto dove è stata eseguita la pena di morte contro il creatore della nuova umanità […] Davanti a questa tomba, secoli dopo secoli, cadranno, nella loro interezza, sulla lastra di marmo della tomba di Cristo eserciti di hajji[8] e di crociati. E credevano alla verità cristiana solo perché quel sepolcro era vuoto! Di tutti i miracoli di Cristo, la risurrezione è il più grande!»[9].

Dopo il Mare di Galilea e la piccola e luminosa Cana dai cieli «con stormi di colombi che volteggiano come fiamme»[10], Dučić si avventura per il deserto di Giuda e sotto il sole incandescente di Gerico, per scendere poi a bagnarsi nelle acque benedette del Giordano «sui cui specchi rotti galleggia il volto martirizzato di Cristo»[11]. Dopo aver toccato con mano quelle pietre e quelle terre che portano ancora i segni vivi della presenza di Cristo nella storia, ora non resta al poeta che tornare indietro folgorato dalla grazia, abbandonandosi a un canto di lode: «E finalmente tornerò indietro, come quel benedetto del vangelo, i cui occhi videro miracoli»[12].

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  1. J. Dučić, Lettera da Gerusalemme, introduzione, traduzione e note a cura di S. Dučić; in collaborazione con F. Buzzi, La bussola, 2025, p. 63. Il volume contiene inoltre, in appendice, una preziosa antologia poetica a cura di S. Dučić con traduzione di poesie di Jovan Dučić, del poema epico serbo Miloš tra i latini e di altri testi poetici utili a comprendere l’universo letterario dello scrittore.
  2. Ivi, p. 69.
  3. Sono già state pubblicate, sempre a cura di S. Dučić in collaborazione con F. Buzzi: Lettera da Roma, Aracne, 2021; Lettera da Delfi, Aracne, 2021; Lettera dal Mare Ionio, La bussola, 2023; Lettera da Atene, La bussola, 2024.
  4. J. Dučić, Lettera da Gerusalemme, cit., p. 71.
  5. Ivi, p. 121.
  6. Ivi, p. 101.
  7. Ivi, p. 75.
  8. Pellegrini.
  9. J. Dučić, Lettera da Gerusalemme, cit., pp. 113-117.    
  10. Ivi, pp. 71-73.
  11. Ivi, p. 131.
  12. Ivi, p. 133.