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«La strada di Morandi»: Marco Vitale e le inevitabili asimmetrie del cuore

02 Aprile 2025
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Con La strada di Morandi Marco Vitale torna in libreria a sei anni di distanza dalla pubblicazione per Aragno del volume complessivo Gli anni. Poesie 1985-2017 che raccoglieva i cinque libri precedentemente pubblicati (Monte Cavo, Edizione del Giano 1993; L’invocazione del cammello, Amadeus 1998; Il sonno del maggiore, Il bulino 2003; Canone semplice, Jaca Book 2007; Diversorium, Il labirinto 2016).

La “strada” del titolo fa riferimento alla bianca strada di Grizzana, sull’Appennino bolognese, che venne asfaltata con grande dispiacere del pittore Giorgio Morandi, profondamente ispirato dal bianco leggero di quella polvere che si depositava sui biancospini. Ma l’immagine rappresenta per Vitale – che, va ricordato, è da sempre interessato al rapporto tra parola ed elemento visivo, come mostrano le sue numerose collaborazioni con artisti, incisori, editori e stampatori di libri d’artista – il simbolo essenziale di un intero mondo poetico abitato da una luce lieve e soffusa, capace di rischiarare ancora le presenze fedeli della vita:

Sì, forse soltanto nei romanzi
se durarono e giunsero
per luci prospettiche
un prima e un dopo
stabilirono un tempo
che non fu mio ma sale
come la vecchia strada di Morandi
il tratto lieve opaco della polvere.

Una sorta di rarefatto nitore e di calma sospesa percorre le poesie di questo nuovo libro, che attraversa proustianamente lo spazio e il tempo dell’esistenza lasciando che le «inevitabili asimmetrie» e “intermittenze” del cuore parlino al lettore, chiamato forse a riconoscere ancora la tenue fiamma di un mondo non del tutto perduto:

Il mondo fisico, la bontà
delle parole e dei tempi
c’è una virtù fatta di aria
e di nuvole sui passi
ritrovati, il tratto
fermo e lieve, il decumano
tra gli sterpi e questa luce
che ancora ci unisce.

Si tratta di momenti e tappe di un unico cammino, di un’unica “strada” in cui compaiono presenze e luoghi familiari che sembrano ancora rilucere come emblemi di un mondo ritrovato:

Vano saperne qualche cosa
e certo vano immaginare
lume più chiaro dei tuoi giorni
di arrivi e partenze
di Orario Pozzo che non appresi
a decifrare mai
ma riluceva nel suo giallo
e bruno come un talismano.

L’”orario” in questione è quello ferroviario cartaceo, pubblicato ai tempi dai Fratelli Pozzo e caro a Vitale tramite il mestiere dei suoi avi ferrovieri, ma qui equivale a una “traccia” da ripercorrere lungo il filo luminoso e talvolta doloroso degli anni, così come lo sono i riferimenti precisi che brillano tra le pagine di questo libro: una «domus tra le vigne» oppure una «sera di giugno all’ora azzurra / quando si accendono le prime / luminarie» o ancora un momento di incantamento quasi dantesco insieme agli amici di un tempo Dario Bellezza (che curò tra l’altro la collana in cui uscì il primo libro di Vitale, Monte Cavo) ed Enrico Panunzio: «Quanta, ripenso, verità per quel silenzio / e in quelle pagine incantate, in quel dirsi / come la vita almeno andasse scritta». O, infine, uno dei riferimenti pittorici presenti nel volume che forse racchiude al meglio la cifra della poesia di Vitale:

Così, per tanto caro affanno
ora mi è chiaro
ne ho ripercorso i luoghi
le ragioni e non curo
se poca o molta traccia
ne avanza, qui
nel teatro del cuore
dove le voci dei congedi
hanno pace e riposano
compendiarie le ombre
la polvere sui liuti di Baschenis.

I liuti su cui la polvere si deposita sono quelli dipinti dal religioso e pittore bergamasco Evaristo Baschenis nelle sue nature morte con strumenti musicali, custodite presso l’Accademia Carrara di Bergamo e qui indizio, ancora una volta, di un modo delicato e lieve con cui guardare e “scrivere” la vita. È lo stesso Vitale a descrivercelo rispondendo a una recente intervista per Cattolica Library, con questa breve e raffinata prosa d’arte: «epitome del tempo e del silenzio quelle dita che sfiorano la polvere depositata sul corpo sensuale e silente dei liuti lasciano una traccia esile su e di un mondo che sembra tutto iscritto nel mistero. È quasi un sollievo uscire dalla sala di Baschenis per andare incontro ai riflessi che i vedutisti veneti, di lì a pochi decenni, faranno rilucere sulla laguna».