Il lettore di narrativa americana che abbia dimestichezza con il grande solco del realismo letterario di questa nazione, per concentrarsi in particolare sul periodo della Grande Depressione, non può prescindere da autori quali Steinbeck, Dos Passos, Calwell, Faulkner: scrittori che rappresentano il canone più marmoreo e definito di questa tradizione. Una prospettiva di campo più ampio si delinea allargando l’osservazione ad autori e, soprattutto, ad autrici meno note al grande pubblico europeo, come Zora Neale Hurston (il cui formidabile romanzo Con gli occhi rivolti al cielo, del 1937, è stato meritoriamente riproposto in edizione italiana un paio di anni fa da La Tartaruga), Meridel LeSueur (inedita in Italia), Tess Slesinger (i cui racconti Tempo: presente sono stati presentati dalle edizioni Storie Effimere). Lo sguardo di queste scrittrici amplifica dunque la narrazione della Depressione americana così come siamo soliti percepirla (ripeto: dal nostro punto di vista di lettori italiani); ci offre anche uno sguardo che sa essere ironico e crudo ma anche limpidamente poetico sui tanti protagonisti e sulle loro famiglie costrette in condizioni di grave difficoltà che pure, con perseverata dignità, si sforzano di rialzare la testa per affrontare uno dei passaggi più difficili della storia americana.
In questo contesto, non dobbiamo dimenticare che è stato proprio lo sguardo acuto di un’altra donna, Dorothea Lange, a saper ritrarre dal vivo questa epopea di americani frustati dal vento della crisi del capitalismo, e si tratta di fotografie che ancora oggi sanno restituirci in presa diretta l’esistenza di quella generazione di americani costretti alla povertà e al nomadismo interno.

Tillie Olsen è senz’altro tra le autrici di spicco del romanzo americano di questa età e si deve all’editore Marietti1820 l’idea di aver proposto, per la prima volta in edizione italiana, quello che è forse il più forte romanzo di questa scrittrice, Yonnondio. La storia degli Holbrook (il cui titolo originale è leggermente diverso: Yonnondio. From the Thirties). Il libro segue le vicende della famiglia Holbrook sbalestrata prima nella provincia americana dal Wyoming, dove il capofamiglia Jim lavora in una miniera di carbone, poi nella fattoria del Nebraska, fino alla periferia di una grande e non nominata città, per un impiego nella grande e squallida macelleria cittadina. È l’esistenza di persone poverissime, costrette al nomadismo interno da una vita di stenti. Lo spostamento reiterato lascia ogni volta fiorire una speranza per il futuro che viene poi penosamente abbattuta dalle condizioni di vita al limite della sussistenza. Olsen scava nel profondo di questo disagio che non è solo economico, ma incide nel profondo i rapporti sociali, governati dalla legge del più forte, e familiari, sbilanciati verso un’estenuazione che è anche dell’animo oltre che una prova del corpo. Fin qui, dunque, ci aspetteremmo dal romanzo una sequela, anzi, una forma di registrazione di eventi mestissimi e meschini, quasi in salsa verista o naturalista, che è pure presente. Ma Olsen, e qui sta il suo freschissimo tocco di grazia, non rinuncia mai al dono di pagine ad alto tasso di poeticità, come di una luce intensissima che a intermittenza brilli tra le righe, bordeggiando quello che, in altre geografie, non stenteremmo a definire realismo magico. E questi momenti sono in misura particolare legati alle figure della giovane moglie Anna e dei piccoli Holbrook, e soprattutto a Mazie, impegnata nei suoi giochi e nei suoi pensieri, devota all’aiuto alla madre nelle faccende di casa; Mazie “Occhi grandi”, davanti alla quale le stanchezze e lo sfinimento del capofamiglia si sciolgono in una sconfinata tenerezza. Vediamo qualche passo:
Una splendida stella abbagliava il cuore del tramonto, come un cero acceso in una fiamma immobile e immensa. Nel sentiva il bagliore sul viso. Quando la vide affondare, Mazie cominciò a correre tra i campi, per seguirla; le stoppie del granoturco le si conficcavano nei piedi nudi, ma a lei importava di quel cielo che si spegneva, di quella splendida stella che calava sull’orizzonte, dentro la notte, e di qualcosa che svaniva insieme ad essa. Poi non c’era più, restò solo il buio, che incombeva nero tutto intorno (p. 51).
Mazie siede schiacciata da una sensazione di inesistenza – la sensazione di non essere lei quella seduta lì in un tempo assente, sospesa in una stanza scura, con una voce che la avvolge, un suono di mani buone e immobili che esplode in parole strane e senza senso; senza senso se si prova a comprenderle, ma sensate per un fugace istante (p. 53).
Il vento sollevò una risata tra le foglie secche cadute, smuovendole stoltamente in una beffarda imitazione di vitalità, in una beffarda risata si alzò tra gli alberi e la sospinse oltre il cielo (p. 54).
Il romanzo è accompagnato dal ricco e documentato saggio di Cinzia Biagiotti, Il romanzo ritrovato, che con grande lungimiranza Marietti1820 presenta in coda a questo volume così da offrire al lettore gli elementi fondamentali per comprendere contesti e qualità di questa scrittura.
Che questo romanzo, dunque, come molti di quel tempo, risenta delle conseguenze della crisi economica del 1929 è un dato di fatto. Fu proprio questo evento a determinare una serie di ricadute anche in campo letterario: la prosa e la poesia non potevano più arroccarsi nella loro intangibile torre d’avorio, ma dovevano accogliere le pesanti masse di questa nuova America piagata e sconvolta dalla crisi. Furono anni in cui nacquero movimenti, si formarono gruppi che spesso prendevano la voce su pubblicazioni periodiche (“The New Masses”, “Partisan Review”, “The Partisan”, “The Daily Worker” e così via), dando vita a veri e propri programmi di scrittura impegnata, come nel caso del saggio Partisan Realism di Michael Gold che sosteneva la funzione sociale della letteratura ed elencava per punti il codice dello “scrittore proletario” (precisamente documentati da Biagiotti).
Tillie Olsen respira pienamente l’aria del suo tempo. Nata nel 1912 in Nebraska da una famiglia ebraico-russa, è figlia di emigrati negli Stati Uniti dopo la fallita rivoluzione del 1905. Vicini a organizzazioni marxiste e attivi nelle organizzazioni dei lavoratori, i genitori consentono a Tillie di frequentare le scuole superiori – che per l’epoca è un traguardo non da poco – ma le condizioni di grave povertà (non dispone, per esempio, di libri da leggere) la costringono ad abbandonare gli studi per cercare lavoro. Nei primi anni Trenta inizia a scrivere e a pubblicare racconti e parti di romanzi, ma la scrittura anche in futuro verrà sempre interrotta per l’accudimento dei quattro figli. Dopo la guerra e in particolare negli anni Cinquanta, Olsen riprende a scrivere e a pubblicare con maggiore frequenza, ottenendo successi, premi e riconoscimenti anche da parte di università prestigiose (Amherst College, Stanford dove è visiting professor nel 1972, MIT, University of California, dove tiene conferenze). Morirà nel 2007 e la sua voce potente e libera è ricordata come un punto fermo della letteratura americana contemporanea.
Yonnondio è la storia di un testo perduto e ritrovato. Tillie Olsen comincia a scrivere questo libro agli inizi degli anni Trenta, a intermittenza dal 1932 al 1937 in vari luoghi del Paese; poi verrà messo da parte per far fronte alle necessità di natura economica della famiglia e sarà ritrovato solo negli anni Settanta, quando il romanzo verrà ricomposto sulla base dei testi e degli appunti di quarant’anni prima ritrovati tra vecchie carte abbandonate in soffitta. Come ricorda Biagiotti, «“Yonnondio” è un termine della tribù nativa americana degli irochesi, il cui significato ruota attorno al concetto di “lamento per una perdita”». La parola è presa di peso da una poesia di Walt Whitman, con un riferimento che non è affatto casuale: Whitman è il poeta della nazione americana, ma è anche colui che conosce le contraddizioni e la poliformità dell’io («Mi contraddico? / Certo, mi contraddico. / Sono vasto, contengo moltitudini», cfr. Canto di me stesso in Foglie d’erba; e la stessa Olsen scrive: «Odo cantare l’America, odo i canti molteplici», cfr. Yonnondio, p. 95), che ha saputo incarnare e restituire così piena cittadinanza letteraria alle diversità, spesso difficilmente conciliabili, insite in un intero popolo, anche in termini di differenze culturali, sociali, religiose e etniche. Tra queste moltitudini, che sono anche dentro ogni uomo, Olsen invita a guardare ai diversi, agli invisibili.

