Da alcuni giorni percorro queste strade polverose, sulle quali camminavano gli apostoli evangelisti. Nelle valli attingo a mano piena l’acqua dalle stesse sorgenti da cui bevevano i profeti biblici e i santi del Nuovo Testamento. Tra gli ulivi, bianchi come greggi di pecore, [sbucano] piccoli borghi che portano ancora i loro nomi dai tempi di Salomone. Sono case quadrate e senza tetto, che sembrano essere sprofondate nell’erba, e in cui Cristo potrebbe avere trascorso la notte, tempo fa… […] Ogni cosa qui era illuminata dalla calma e dalla gioia, sia l’erbetta che un ciottolino, sia una collina sotto il cielo che l’ombra bruciante sotto un albero[1].
Chi ha vissuto il fascino di un pellegrinaggio in Terra Santa sulle orme di Gesù e dei primi apostoli non potrà non trovare intime corrispondenze e profonde risonanze in questa descrizione dei luoghi santi da parte di un singolare viaggiatore: il poeta, scrittore e diplomatico serbo Jovan Dučić (1871-1943) che nella sua Lettera dalla Palestina risalente agli anni Trenta del Novecento compie un viaggio – spirituale e poetico insieme – lì dove ogni cosa è intessuta della «personalità radiosa di Cristo» ed è come se «l’aria e l’acqua fossero ancora piene delle sue parole, dette ai pescatori di Cafarnao»[2].

La Lettera da Gerusalemme, quinto di una serie di dieci volumi che vedranno la pubblicazione delle varie lettere[3] dello scrittore serbo, è affidata alle cure di Sandra Dučić in collaborazione con monsignor Franco Buzzi e permette, attraverso la traduzione italiana con testo originale a fronte, un ampio saggio introduttivo e un ricco apparato di note, di esplorare la vastità del pensiero e degli orizzonti culturali di Dučić, appassionato conoscitore delle letterature classiche ed europee e animato da una profonda fede: «Per fortuna ci saranno sempre sulla terra la poesia e l’amore, a partire dai quali ha preso forma anche la fede. Così potremo sempre credere che in mani sante l’acqua diventa vino e la pietra diventa pane»[4]. Il viaggio di Dučić, in esilio dalla sua patria come Dante e homo viator per i sentieri della Terra Santa, ha come guide e fari luminosi i re santi della chiesa ortodossa serba, la gloriosa dinastia medievale di Stefano Nemanja e del figlio Rastko, ritiratisi a vita monastica e poi venerati come santi con il nome di San Simeone e San Sava: quei Nemanja che popolarono di chiese affrescate il suolo serbo e spesero «tutte le loro “torri di spiccioli e di ducati” per adornare la gloria dell’eroe e per esaltare il martire insieme al Golgota»[5].
Con addosso tutta l’eredità del suo popolo di santi sovrani e di principi guerrieri che combatterono per il cristianesimo le più aspre e sanguinose battaglie dei Balcani, il poeta Dučić cammina per le strade di quella Gerusalemme «distrutta e insanguinata» più «di tutte le città della terra»[6] dove possono però ancora miracolosamente aprirsi, in una brezza silenziosa, spiragli luminosi: «Alcuni nudi pendii rocciosi brillano ancora al sole primaverile; questi sono quelli su cui il Maestro sedeva regolarmente a parlare ai discepoli. Poi, tra alloro, rosmarino, ulivi e sicomori, alcuni vialetti si colorano di bianco. Tre o quattro cipressi proiettano qui ombre blu e ampie, come interi pezzi di cielo»[7]. Il poeta guarda un giovane ebreo dalla barba rossa e gli occhi azzurri piangere a dirotto davanti al Muro del pianto, si ferma al palazzo di Pilato e percorre la via dolorosa di Gerusalemme calcando le orme di Gesù fino al Golgota nella Basilica del Santo Sepolcro, dove medita estasiato sul più grande mistero di morte e resurrezione dell’universo: «chi varca la sua soglia è penetrato come da una lancia dalla sensazione di trovarsi sotto il tetto dove è stata eseguita la pena di morte contro il creatore della nuova umanità […] Davanti a questa tomba, secoli dopo secoli, cadranno, nella loro interezza, sulla lastra di marmo della tomba di Cristo eserciti di hajji[8] e di crociati. E credevano alla verità cristiana solo perché quel sepolcro era vuoto! Di tutti i miracoli di Cristo, la risurrezione è il più grande!»[9].
Dopo il Mare di Galilea e la piccola e luminosa Cana dai cieli «con stormi di colombi che volteggiano come fiamme»[10], Dučić si avventura per il deserto di Giuda e sotto il sole incandescente di Gerico, per scendere poi a bagnarsi nelle acque benedette del Giordano «sui cui specchi rotti galleggia il volto martirizzato di Cristo»[11]. Dopo aver toccato con mano quelle pietre e quelle terre che portano ancora i segni vivi della presenza di Cristo nella storia, ora non resta al poeta che tornare indietro folgorato dalla grazia, abbandonandosi a un canto di lode: «E finalmente tornerò indietro, come quel benedetto del vangelo, i cui occhi videro miracoli»[12].
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- J. Dučić, Lettera da Gerusalemme, introduzione, traduzione e note a cura di S. Dučić; in collaborazione con F. Buzzi, La bussola, 2025, p. 63. Il volume contiene inoltre, in appendice, una preziosa antologia poetica a cura di S. Dučić con traduzione di poesie di Jovan Dučić, del poema epico serbo Miloš tra i latini e di altri testi poetici utili a comprendere l’universo letterario dello scrittore.
- Ivi, p. 69.
- Sono già state pubblicate, sempre a cura di S. Dučić in collaborazione con F. Buzzi: Lettera da Roma, Aracne, 2021; Lettera da Delfi, Aracne, 2021; Lettera dal Mare Ionio, La bussola, 2023; Lettera da Atene, La bussola, 2024.
- J. Dučić, Lettera da Gerusalemme, cit., p. 71.
- Ivi, p. 121.
- Ivi, p. 101.
- Ivi, p. 75.
- Pellegrini.
- J. Dučić, Lettera da Gerusalemme, cit., pp. 113-117.
- Ivi, pp. 71-73.
- Ivi, p. 131.
- Ivi, p. 133.

