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«Non sono speciale, sono diverso»

10 Febbraio 2026

Io volevo perforare quegli spazi, volevo introdurre la vita all’interno di
istituzioni artistiche chiuse in se stesse.
Performare la vita.

(Ulay)

Il Saggiatore ha recentemente pubblicato un interessante volume intitolato Non sono speciale, sono diverso, che tratteggia l’autobiografia di Ulay, al secolo Frank Uwe Laysiepen (1943-2020), fotografo e artista che, sebbene sia forse meno conosciuto rispetto ad altri personaggi iconici, ha comunque lasciato una sua impronta sulla scena artistica dell’ultimo cinquantennio.

Come spiega la curatrice Patricija Maličev nel capitolo intitolato Questa non è una prefazione, non fu semplice ottenere che Ulay accettasse di essere oggetto di una biografia, e capitolò solo quando la stesura del volume assunse l’aspetto di lunghe chiacchierate sorseggiando un caffè a Lubiana, la città in cui l’artista visse negli ultimi anni con la sua terza moglie slovena.

Nato nel 1943 in un rifugio antiaereo tedesco, iniziò la sua attività di fotografo dopo essere riuscito ad acquistare la sua prima macchina fotografica grazie ai guadagni ottenuti procurando ai soldati Americani di stanza nella Germania Ovest post-bellica alcuni generi reperibili solo attraverso il mercato nero.

A metà degli anni Sessanta, Uwe poté permettersi di aprire il suo negozio di servizi fotografici, offrendo la stampa rapida in sole ventiquattr’ore, una novità assoluta in quegli anni, e specializzandosi fin da subito nell’amato bianco e nero e, successivamente, nelle gigantografie. Ma dopo alcuni anni, Ulay divenne insofferente sia alla sua attività, che lo costringeva a trascorrere lunghissime ore in negozio, sia ad una vita familiare nella quale si sentiva ingabbiato. Così, improvvisamente, una notte del 1968 decise di abbandonare quell’esistenza che gli era ormai diventata stretta, partendo in auto alla volta della Repubblica Ceca con l’intenzione di iscriversi presso la famosa scuola di cinema di Praga. Transitare al di là della Cortina di Ferro gli risultò, però, impossibile e così ripiegò su Amsterdam, in quegli anni un luogo culturalmente molto vivo ed estremamente anticonformista. Qui, dopo alcuni anni, fu assunto dalla Polaroid e, con l’incarico di consulente internazionale, venne inviato in giro per il mondo.

A New York, ebbe modo di frequentare gli ambienti più all’avanguardia, conoscendo personalità che popolavano il jet-set. Ma il suo modo di sentire lo accomunava maggiormente alle persone che incontrava per la strada, agli estranei: «Ho conosciuto molte persone ammirevoli e degne di rispetto. Mai quelle in giacca e cravatta, ma chi passava inosservato, gli invisibili».

Tornato ad Amsterdam, cominciò a collaborare assiduamente con il De Appel, centro artistico fondato nel 1975, dove espose le sue prime personali, tra cui Fototot. Nel 1975 avvenne anche l’incontro che cambiò la vita di Ulay, quello con l’artista e performer serba Marina Abramovič. I due iniziarono una relazione amorosa e una collaborazione artistica che durerà fino al 1988 e li porterà in giro per il mondo, principalmente sul furgone eletto come abitazione, insieme all’amatissimo cane Alba.

Nel 1976, le provocazioni insite nelle performance di Ulay raggiunsero il punto di non ritorno con Irritation – There is a Criminal Touch to Art, l’ultima esibizione personale prima di iniziare la lunga collaborazione con Marina Abramovič: Ulay rubò un quadro dalla Neue Nationalgalerie di Berlino, con l’aiuto di un complice che lo aspettava alla guida del furgone. Il quadro fu poi consegnato nel quartiere di Kreuzberg ad una ignara famiglia di immigrati turchi, che vennero immortalati con l’opera appesa alla parete del soggiorno. Tutta l’operazione fu ripresa da un cameraman, e dopo l’azione Ulay si consegnò alle autorità di polizia, riuscendo a scampare all’arresto solo lasciando il Paese.

In quegli anni, Ualy e Marina diedero vita a performance che sono passate alla storia, come Relation in Movement, del 1977, in cui, in occasione della Biennale des Jeunes di Parigi, guidarono il furgone in cerchio nello spiazzo antistante il Museo di arte moderna per sedici ore ininterrotte, oppure Breathing In/Breathing Out, nella quale per diciotto lunghi minuti i due artisti rimasero bocca a bocca, condividendo il respiro. A queste seguirono Impoderabilia e Relation in Time, a Bologna, ed Expansion in Space, a Kassel.

Nel 1988 ebbe luogo un’altra importante performance, l’ultima che i due artisti condivisero prima della separazione: partiti ciascuno da una capo della lunghissima Muraglia Cinese, si incontrarono a metà strada, dove diedero addio al loro sodalizio artistico e amoroso.

La chiusura della relazione con Marina Abramovič si trascinò a lungo, coinvolgendo anche gli aspetti legali relativi alla proprietà delle loro opere. Solo in anni molto recenti i due si sono riappacificati, incontrandosi sulla scena di una famosa performance di Marina Abramovič, The Artist is Present, rappresentata nel 2010 al MoMA di New York. Marina sedeva per sette ore ad un tavolo, incontrando e tenendo le mani di chiunque si posizionasse di fronte a lei. Ulay si presentò a sorpresa, e la performance assunse i caratteri di un commovente ritorno alle origini.

Ulay morì a Lubiana nel 2020. I suoi lavori sono esposti nelle collezioni dei più famosi Musei di tutto il mondo.