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Il «dono periglioso» di un nome: Sibilla Aleramo e la scrittura dell’io femminile

Nome del mio destino fiero ed altero, nome che non ho mai amato ma che ho portato come un dono periglioso, Sibilla, fiorito inconsapevole di durata quando un solo ancora m’ascoltava[1].

Così, ne Il passaggio (1919) – quella «specie di poema in prosa» in cui l’evocazione del passato si trasfigura in canto – Sibilla Aleramo ricostruisce la genesi del proprio nome d’arte[2]. È il poeta Giovanni Cena ad averlo scelto, quell’«un solo» che, negli anni della stesura di Una donna (1906), lo appunta «sul rovescio d’un dei foglietti» dove la donna soleva annotare le sue «estasi»[3]. Il nome diviene allora, nel gesto stesso della sua assegnazione, figura del destino: segno imposto ma intimamente assunto, parola che eccede la mera scelta pseudonimica per farsi autentica investitura letteraria, marcando il passaggio – come osserva Franca Angelini – «da una condizione privata a una pubblica di scrittrice»[4]. Non più Rina Faccio, ma Sibilla: d’ora in avanti, l’esistenza della donna si offre interamente alla parola.

Ma non è un mero gesto inaugurale a celarsi dietro il nom de plume. Si tratta, piuttosto, di una necessità ineludibile, forgiata dal dolore: l’urgenza di rifigurare l’esperienza, sottraendola alle forme che l’avevano resa insostenibile. La violenza subita, un matrimonio infelice, l’isolamento morale, l’abbandono del figlio non si offrono come semplice materiale biografico, ma si addensano fino a incidere una ferita: il punto esatto in cui l’esperienza femminile, strappata alla propria autenticità, si fa intollerabile. È lì che nasce Sibilla: laddove l’esperienza si spezza, laddove la vita, ormai impossibilitata a sostare entro i vincoli prescritti, si ritrae nella parola e in essa si trasfigura.

È l’autrice stessa, del resto, a tradurre tale urgenza in narrazione. «Oh dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria», confessa la protagonista di Una donna nel gesto di impugnare la penna[5]. Poiché il dolore può farsi «fecondo»[6]. Può divenire, nel suo offrirsi all’altro, principio di riflessione, innesco di un rinnovamento collettivo.

Da questa tensione verso l’universale germoglia l’intera scrittura della Aleramo: una smania di dirsi che non si risolve in compiacimento dell’io, né in mero sfogo confessionale, configurandosi piuttosto come inesausta «ansia di comunicare», urgenza di senso che attraversa ogni piega dell’esperienza femminile[7]. Mai il vissuto personale – pur costantemente eletto a materia narrativa – si riduce a sterile deposito di memorie: ogni frammento di vita è assunto entro una trama che ne trascende la dimensione individuale, ricomponendosi sulla pagina come tessera di un’esperienza esemplare, capace di farsi, ben al di là della confessione diaristica, gesto storico, presa di parola che interpella un destino condiviso.

Di una letteratura priva di incidenza sul reale, d’altronde, all’autrice interessava ben poco. In una lettera all’amica e femminista Ersilia Majno – che aveva accolto il manoscritto di Una donna con severe osservazioni – respinge con fermezza ogni intento di «fare dell’arte»[8]. Ciò a cui mirava era ben più radicale: trasporre la propria vicenda in un’«opera di verità», lascito prezioso offerto all’altro come principio di rivelazione, destinato a germinare nella coscienza del lettore e a imprimere tracce indelebili nel mondo[9]. Vi è infatti «qualcosa di raro» – come ella stessa riconosce – in una donna che formula la propria legge interiore[10]; che rifiuta un’esistenza che non la rifletta; che ripudia il culto del materno e il femminile socialmente prescritto, assumendo la scrittura come atto inaugurale di riconoscimento di quella parte di umanità – la femminile – che mai, fino ad allora, aveva trovato voce con altrettanta radicalità.

A centocinquant’anni dalla nascita, Sibilla continua a parlarci: domanda che resiste, interrogativo sospeso che il tempo non risolve, ma continuamente riformula. Poiché è questa, in fondo, la sua eredità più viva: l’emancipazione come pratica incessante, esercizio quotidiano di tensione e attrito. E, soprattutto, la parola come principio inestinguibile di rivoluzione.

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  1. S. Aleramo, Il passaggio, Milano, Feltrinelli, 2020, p. 44.
  2. S. Aleramo, Esperienze d’una scrittrice, in Andando e stando, Milano, Feltrinelli, 2020, p. 15.
  3. S. Aleramo, Il passaggio, cit., p. 44.
  4. F. Angelini, Un nome e una donna, in Svelamento. Sibilla Aleramo: una biografia intellettuale, a cura di A. Buttafuoco, M. Zancan, Milano, Feltrinelli, 1988, p. 64.
  5. S. Aleramo, Una donna, Milano, Feltrinelli, 2023, p. 79.
  6. Ibidem.
  7. M. Zancan, Una biografia intellettuale: Sibilla Aleramo, in Svelamento, cit., p. 13.
  8. La lettera, datata 7 luglio 1903, è integralmente riportata in M. Zancan, Il doppio itinerario della scrittura. La donna nella tradizione letteraria italiana, Torino, Einaudi, 1998, p. 187.