«Colore che non ha altro nome che vita». Il pittore William Congdon nelle collezioni della Biblioteca

A quasi trent’anni di distanza dalla scomparsa del grande pittore americano William Grosvenor Congdon (Providence, Rhode Island, 15 aprile 1912 – Milano, 15 aprile 1998) la forza della sua opera pittorica e la profondità del suo itinerario artistico e spirituale giunge ancora a noi con estrema attualità. Cresciuto in una facoltosa famiglia protestante di industriali, il giovane Congdon si laureò in lettere a Yale prendendo poi lezioni di disegno, pittura e scultura a Boston. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si arruolò come volontario nel Corpo delle Ambulanze dell’American Field Service lavorando come autista e viaggiando in Nord Africa, Italia, Francia, Belgio e vivendo la drammatica esperienza, nel maggio 1945, di entrare nel campo di concentramento di Bergen Belsen appena liberato. Trasferitosi nel 1948 a New York per dedicarsi interamente alla pittura, Congdon entrò in contatto con Pollock e i protagonisti dell’Espressionismo astratto americano esponendo poi alla Betty Parsons Gallery, galleria d’avanguardia della metropoli americana. Nonostante il successo ottenuto negli Stati Uniti, decise di trasferirsi a Venezia dove rimase per circa un decennio continuando però a viaggiare senza sosta tra Europa, Africa e Asia, attraversando luoghi che lasceranno un segno indelebile nella sua pittura.
Le sue irrequiete peregrinazioni lo condurranno fino ad Assisi, città dove nel 1959 riceverà il battesimo della Chiesa Cattolica e dove rimase per circa vent’anni: «Si spezza l’ultimo anello con la mia vecchia vita. La mia pittura era la mia prima rivelazione, e come tale non poteva raggiungere la pienezza spirituale […] Adesso è la rottura, che mi libera per la prima volta. È il mio secondo compleanno»[1]. Fu preziosa per Congdon, in quegli anni, l’amicizia con Paolo Mangini, membro della Pro Civitate di Assisi, che lo introdusse alla conoscenza di don Luigi Giussani e del suo movimento. Ma il viaggio di Congdon non era ancora ultimato e avrebbe trovato nel 1979 un ultimo approdo tra le cascine e i campi informi e nebbiosi della Bassa lombarda, nella casa-studio annessa al monastero benedettino della Cascinazza dove trascorse i suoi ultimi anni dando vita a una nuova e feconda stagione pittorica.
Tra i numerosi scritti critici, contributi e cataloghi presenti in Biblioteca e utili per approfondire il lavoro del pittore americano, l’opera in tre volumi William Congdon. Atlante dell’opera permette una prima ricognizione complessiva dell’intera produzione congdoniana, a partire dai viaggi (1935-1959) fino alla centralità del Crocefisso (1959-1979) e all’ultima stagione lombarda (1979-1998). I testi editi di Congdon sono poi di fondamentale importanza per comprendere alla radice il senso e l’evoluzione del suo percorso artistico: Nel mio disco d’oro: itinerario a Cristo, racconto in prima persona del suo cammino artistico e spirituale; America, addio: lettere a Belle, che racconta il mondo di Congdon attraverso le lettere inviate dall’artista alla cugina Belle Gardner; e il diario Esistenza/Viaggio di pittore americano, che attraverso appunti da taccuini e quaderni e il testo di una conferenza permette un incredibile viaggio “per frammenti” nell’universo congdoniano.
«Che significa colori? / ci sono due tipi di colori / c’è quel colore quei colori che portano un nome commerciale o scientifico e c’è un altro colore il cui nome è vita»[2]: così scriveva il pittore americano nel 1966, in alcune magmatiche e folgoranti pagine di diario dove emergeva l’idea di arte come misteriosa rivelazione della vita, che premeva dietro la materia e che il pittore era chiamato a portare alla luce. Si trattava per Congdon di una vita che anticipava quindi l’arte stessa, «avventura vitale […] simile ai viaggi senza sosta dei grandi esploratori dell’io», come scrisse nel 1962 il critico d’arte Giorgio Mascherpa (Cremona, 1930-Bergamo, 1999) sulle pagine di “Vita e pensiero”[3].
Mascherpa – “critico militante” del quale Cecilia De Carli, all’interno della monografia a lui dedicata Giorgio Mascherpa (1930-1999) uomo fra i tempi, metteva in luce la capacità di entrare in dialogo con artisti diversi e di spalancare nuovi orizzonti critici – riconosceva nella pittura di Congdon un’autentica e originale via aperta “nel conformistico filone dell’avanguardia”[4]. L’archivio di Giorgio Mascherpa, ricevuto dalla Biblioteca della sede di Milano come donazione nel 2009[5], conserva traccia della sua attività scientifica di critico d’arte e di giornalista e permette di ricostruire alcune tappe del suo interesse per Congdon. All’interno della partizione “Artisti”, una cartella dedicata a Congdon[6] contiene infatti vari documenti dattiloscritti e manoscritti o materiali a stampa relativi al pittore americano. Ad esempio, un ritaglio di giornale riporta un articolo del critico pubblicato nel gennaio del 1962, riguardante la mostra di Congdon inaugurata poco prima nel Salone delle Cariatidi di Palazzo Reale:
Gli angeli e i santi in gloria di William Congdon li avremmo voluti dipingere noi quando eravamo bambini e più vicini ai sogni […]. Dell’infanzia i quadri di Congdon serbano dunque soprattutto la spontanea semplicità, l’incanto di non essere schiavi della logica, della cultura, dell’accademia pittorica[7].

E, poco più avanti, Mascherpa evidenziava come l’esempio di Congdon fosse tra i più importanti per il mondo artistico contemporaneo perché in lui l’«egoismo estetico dell’espressionismo astratto americano» maturava trasformandosi in una nuova «interpretazione di sentimenti, di affetti e di idee comuni agli altri uomini, insomma, in un nuovo apostolato artistico»[8].
Accanto a ritagli o fotocopie di interventi su Congdon tratti da vari giornali (tra i nomi: Peggy Guggenheim, Olivier Clément, Testori, Balzarotti, Mazzariol) incontriamo poi nel fascicolo “Epistolario” una lettera dattiloscritta (25 giugno 1984) di Paolo Mangini[9] – storico amico di Congdon e studioso della sua opera – che, a proposito dell’articolo dedicato da Mascherpa all’artista americano su “Vita e pensiero”, non esitava a definirlo «il primo serio tentativo di una inquadratura del personaggio Congdon».

Sono infine presenti, in un ultimo fascicolo, due rari opuscoli congdoniani. Si tratta di William, Congdon: 5 novembre / 4 dicembre 69[10], catalogo che accompagnava la mostra tenuta presso la Galleria Cadario in via Della Spiga 7 a Milano, introdotto da un testo di Agnoldomenico Pica che per la pittura di Congdon parlava di un «magma cromatico» di «colate laviche, governate dalla spatola e incise come si trattasse di materia plasmabile: strati, sedimenti, piani, squame, scaglie di colore, e alla fine pure di metallo». Per ultimo, troviamo una guida alla mostra antologica di Congdon tenuta in occasione del Meeting di Rimini del 1984[11], con una breve introduzione tematica al programma “America Addio: William Congdon, pittore del mondo” che prevedeva una proiezione di immagini in multivisione. Segue una breve antologia critica su Congdon e l’elenco delle opere allora esposte presso la sala ottagonale del Tempio malatestiano di Rimini. Tra queste la città nera del 1949, l’oscura e abissale New York in cui Mascherpa vedeva già i primi segni dell’inquieta ricerca spirituale che condurrà Congdon a nuove avventure espressive:
Quando nel 1949 Congdon dipinge la città nera, la New York della miseria e delle case color pece dalle cui finestre la luce filtra a stento come in cerca di speranza, questa sua tristezza tocca il fondo ma, nel contempo passa il muro della solitudine: nel ciclo della città nera appare infatti un color arancione a far brillare il bitume delle pietre dei diseredati ed è la prima scintilla della nuova arte di Congdon[12].
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- W. Congdon, Esistenza/Viaggio di pittore americano: diario, Jaca Book, 1975, p. 44.
- Ivi, pp. 63-64.
- G. Mascherpa, Un cattolico astrattista: William Congdon, «Vita e Pensiero», 1962, n. 1, pp. 45-49.
- C. De Carli Sciumé, Giorgio Mascherpa, “critico militante”, in Giorgio Mascherpa (1930-1999) uomo fra i tempi, a cura di P. Biscottini, Silvana, 2010, pp. 27- 37.
- Per ulteriori approfondimenti sull’archivio Mascherpa si vedano: C. Grassi, E. Sartori, P. Senna, Arte e fede nell’Archivio Mascherpa, «Cattolica Library», 8, 27 febbraio 2018 e C. Grassi, M. Zanoletti, Fine di Dio? Fontana e l’Archivio Mascherpa, «Cattolica Library», 13, 7 febbraio 2019.
- Fondo Giorgio Mascherpa, serie – Artisti / sottopartizione – C / 150.
- G. Mascherpa, William Congdon il pittore d’Assisi, «L’Italia», 11 gennaio 1962, p. 3.
- Ibidem.
- Fondo Giorgio Mascherpa, serie – Epistolario / sottopartizione – M / 6.
- William Congdon: 5 novembre / 4 dicembre 69, Milano – Galleria Cadario via Della Spiga 7, Galleria Cadario, [1969].
- William Congdon: mostra antologica: 40 opere 1942-1984: sala ottagonale (presso Tempio malatestiano): Multivision: quartiere fieristico: Meeting ’84 America Americhe: Rimini 25 agosto-1 settembre 1984, a cura di “The Foundation for Improving Understanding of the Arts”, [s.n.], [1984].
- G. Mascherpa, Un cattolico astrattista, cit., pp. 46-47.
In alto: particolare della copertina del catalogo William Congdon: 5 novembre / 4 dicembre 69, Milano – Galleria Cadario via Della Spiga 7, cit.; ritratto fotografico di William Congdon tratto dalla quarta di copertina del catalogo William Congdon: mostra antologica: 40 opere 1942-1984, cit.

